Si, «sono» un bigotto

Fabrizio Sebastiani <fabrizio@bzimage.it> www.bzimage.it

28 dicembre 2007


Qualche giorno fa un mio carissimo e simpaticissimo amico, mi ha dato del bigotto. Sapevo che il termine viene normalmente usato in senso spregiativo: non me la sono certo presa, visto anche il contesto goliardico e amichevole.... ma non sapevo esattamente il significato di questa parola.


Incuriosito ho preso il vocabolario (De Mauro):


BIGOTTO: che, chi dimostra una religiosità eccessiva e puramente esteriore: lo pensavo sincero credente, ma è solo un b.


e così ho scoperto che il termine ha una specifica connotazione religiosa, cosa che non sapevo. Visto dunque che i temi religiosi mi interessano moltissimo, ho preso questo evento come una sana e costruttiva provocazione e ho approfondito l'argomento.


un fenomeno sociale


Improvvisamente ho scoperto di essere contornato da bigotti:




Ma, guarda un po' chissà perché, non ho mai sentito dare del bigotto a un mussulmano, a un buddista, a un ebreo: anatema! non si può! E' considerato politicamente scorretto: vuol dire ferire la sua sensibilità e non avere rispetto per la sua religione. Il bigotto si da solo ai cristiani. Non che un cristiano non può non essere bigotto, ma gli si può dare tranquillamente del bigotto anche se si ignora completamente la sua vita spirituale sul piano personale.


Sono davvero curioso di sapere secondo questa impostazione, cosa è, e cosa dovrebbe fare un cristiano per non essere bigotto, visto che questo mio amico non è assolutamente al corrente dei dettagli della mia vita spirituale. Speriamo che un giorno io possa essere da lui illuminato su questo argomento... perché ora che so il significato di questa parola, non è che mi piaccia tanto una tale attribuzione.


Nel frattempo però, mi sono prodigato di approfondire l'argomento. Perché, mi son detto, è sempre meglio andare infondo alle cose.... anche quando non ci piacciono: può essere un buono spunto per migliorare noi stessi. E ho scoperto cose interessanti, che almeno in parte "assolvono" l'ingenuità del mio amico.


Innanzitutto pare che la bigottaggine, come fenomeno di percezione sociale, affligga sistematicamente le religioni numericamente dominanti: una mia amica algerina mi spiegava come anche nel suo paese vi siano fenomeni, fra i mussulmani, di bigottaggine e che questi vengono criticati esattamente come qui per i cristiani. Però a un cristiano in Algeria difficilmente gli verrebbe dato del bigotto (in quel paese i cristiani hanno ben altri e più gravi problemi di libertà religiosa, ma non questo). Dunque sembra che la bigottaggine sia in qualche modo legata alla religione di maggioranza relativa: sarebbe una questione interessante da porre a un sociologo.


A me sembra una conclusione assolutamente normale: infatti le religioni di minoranza impongono una autodisciplina e determinazione ben maggiori rispetto alle persone "medie", proprio in quanto si è più "diversi" dalla media. E' difficile che siano quindi etichettati come bigotti. Inoltre i "minoritari" non si vedranno facilmente attribuire del bigotto in quanto:



in definitiva del bigotto, senza cognizione di causa, viene dato generalmente da queste categorie:



Si tratta in definitiva di uno schema sociale, un processo mentale molto spesso inconscio e dettato dal comportamento comune degli altri; quindi scarsamente oggettivo. Esso non è supportato da nessun carattere esperienziale a conferma del giudizio dato.


cristiani, campioni di bigottaggine


Ma passiamo ora ad analizzare più in dettaglio la bigottaggine per i cristiani nella nostra società:


Ci sono due aspetti della vita religiosa (e non solo cristiana): un aspetto interiore e uno esteriore. "Andare a messa", ad esempio, ha sia un aspetto interiore: lo stato del cuore del fedele che si accosta all'Eucarestia, la sua introspezione nella preghiera etc...; sia esteriore: l'atto pubblico di recarsi in chiesa, farsi il segno della croce, recitare bene le preghiere etc...


L'aspetto interiore è, per definizione, imperscrutabile dagli altri (altrimenti, proprio per definizione, non apparterrebbe più alla prima categoria ma alla seconda). Così ogni atto della nostra vita che potrebbe avere un lontano senso religioso dalla preghiera personale al semplice conversare di certi temi con un gruppo di persone o con un amico... sono tutti "atti" che possono avere una componente più o meno forte di un aspetto interiore (nell'intimo del cuore) o più o meno esteriore. Ad esempio se prego in pubblico con molto fervore posso avere sia un aspetto esteriore particolare (raccoglimento del corpo, gesti particolari nelle mani, nel viso, oppure accensione di una candela etc..) sia una più o meno forte intensità nel sentimento del cuore.


Il cristianesimo in particolare è affetto tuttavia da un ulteriore problematica su questo aspetto.


Fin dalla predicazione di Gesù, era forte ed esplicita la sua critica a quella impostazione tipicamente farisaica della ostentazione e regolismo fine a stesso: proprio quella che noi oggi chiamiamo bigottaggine. Gesù è dunque il primo critico alla bigottaggine. Tantissime sono le citazioni del Vangelo di questo tipo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere perché dicono e non fanno" (Mt 23,1-3) e ancora "Guai a voi [...] che pagate la decima della menta, dell'aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia, la fedeltà. Queste cose bisognava praticare senza omettere quelle. Guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!" (Mt 23,23-24) in effetti tutto il capito 23 di Matteo potremmo chiamarlo "anatema di Gesù contro la bigottaggine".


Un altro punto importante, viene dalla particolarità cristiana circa il modo di pregare, di rapportarsi con l'Assoluto e di esercitare la carità. Il capito 6 di Matteo sintetizza efficacemente questa condizione proprio quando Gesù dona il Padre Nostro ai discepoli:

  1. "Quando pregate non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. [...] Tu invece quando preghi entra nella tua stanza, e chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà [...] Voi dunque pregate così: Padre Nostro, che sei nei cieli, sia santificato [...]" (Mt 6,5-13).

  2. Guardatevi dal praticare le buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati come fanno gli ipocriti [...] quando dunque fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te [...] quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,1-4) In quest'ultimo contesto “elemosina” è sinonimo di esercizio di carità, quindi vale anche per qualunque opera di questo tipo.


Ecco dunque un fatto davvero paradossale del cristiano: il modo discreto, “nel segreto” con cui molti cristiani autentici pregano, oppure esercitano la carità, etc... fa si che appaia di loro esclusivamente l'aspetto più esteriore, che non è comunque possibile nascondere. In definitiva una minore bigottaggine nella sostanza, può comportare una maggiore bigottaggine nell'apparenza, proprio perché si amplifica questo differenziale.


Infatti si è bigotti quando il differenziale fra componente esteriore e componente interiore è massimizzato; Gesù stesso non criticava il pagamento della decima sulla menta, ne il pregare in pubblico; criticava piuttosto il fare queste cose senza un corrispettivo impegno del cuore e l'esercizio delle altre virtù: la misericordia e la giustizia. Quindi Gesù criticava proprio questo eccessivo differenziale. Il punto è che a Gesù non interessa la bigottaggine che appare agli uomini, ma quella che appare a Dio Padre “che vede nel segreto”: infatti poiché il cuore puro o non puro è visibile solo a Dio, soltanto Lui può farsi giudice circa la bigottaggine, perché soltanto Lui è in grado di misurare veramente quel differenziale fra apparenza e sostanza che è per definizione immisurabile dagli uomini. Quello che vuole Dio per i cristiani, è massimizzare la virtù minimizzando quel differenziale.


Il motivo per cui spesso anche un buon cristiano appare bigotto è che non si preoccupa di apparire bigotto agli uomini, ma a Dio: l'unico che “vede nel segreto”, che era la raccomandazione di Gesù, “vero Dio e vero uomo”. Questo certamente non vuol dire che non vi siano cristiani bigotti oppure che tutti i non cristiani siano bigotti se non curanti di questi aspetti.


Ad un osservatore superficiale che non vive la Chiesa dal di dentro è abbastanza naturale vedere questa realtà come un vero serbatoio di bigottaggine o meglio di ipocrisia, visto che agli autentici e ai migliori atti cristiani non solo non viene fatta pubblicità, ma anzi è esplicitamente scoraggiata da chi li pratica. Viceversa quegli atti meglio pubblicizzati sono spesso quelli segno di maggiore bigottaggine, sempre chiaramente visibile all'esterno. Per non parlare poi di veri e gravi segni di perdizione all'interno della Chiesa che certo non mancano, ma non mancano pure di suscitare succulenti e morbosi echi sugli organi di disinformazione di massa (è un eufemismo!). Questo differenziale informativo amplifica il fenomeno.


Fatte queste premesse è ovvio che un osservatore esterno, “giustamente”, non può che trarne una e una sola affrettata conclusione: che tutti i cristiani, salvo forse una manciata, sono fondamentalmente bigotti e ipocriti.


il cristiano è più esposto al fenomeno bigottaggine di fronte agli uomini:



C'è (per fortuna!) una terza categoria di persone particolarmente carismatiche che sono quelle invece che non solo riescono neanche a non apparire bigotte, ma anzi sono e appaiono particolarmente virtuose, grazie a un dono e ad una luce interiore che davvero irraggiano intorno a se, che va oltre la propria intimità: sono le persone che più si avvicinano alla santità, che davvero hanno ricevuto una grazia particolare (proprio quella “manciata” che si diceva sopra che appare “dall'esterno”), cui ogni cristiano dovrebbe aspirare.


Dice John H. Newman1: “c'è una vita più intima e più vera, al di la della vita e della conversazione che gli altri vedono o, per esprimermi con le parole di Paolo: la loro vita è nascosta con Cristo in Dio (Cfr Col 3,3)” e ancora “Nessuno conosce alcunché della nostra storia religiosa, del nostro andare a Dio, del nostro crescere in grazia, dei nostri successi, ma solo Dio che li produce segretamente”

conclusione


In conclusione: non bisogna dare del bigotto a nessuno, (cristiano o non) a meno di non poter vivere accanto a lui ogni momento della vita; perché non possiamo scrutare il suo cuore e conoscere le sue vere intenzioni. “Non giudicare per non essere giudicati” (Mt 7,1)


Senza alcuna ironia, devo però ringraziare il mio amico perché mi ha dato conferma di quello che già pensavo di me: che non appartengo ancora a quell'ultima “terza categoria”, la manciata dei Santi, e che ho ancora tanta strada da fare. Egli, senza volerlo, mi ha donato un buon suggerimento per scrivere queste riflessioni e soprattutto, su cosa devo indirizzare le mie prossime preghiere.


APPENDICE

Sicuramente in modo più tagliente e incisivo, Newman prosegue le sue considerazioni riguardo la “vita nascosta”:


Gli uomini di questo mondo vivono in questo mondo e dipendono da esso; ripongono la loro felicità in questo mondo; in esso cercano gli onori e le soddisfazioni. La loro vita non è nascosta [Con Cristo in Dio] e suppongono che ognuno che incontrano sia come loro. Ritengono per certo che ogni altro uomo ricerca le stesse cose che essi desiderano, così come sono certi che ha la stessa apparenza esterna, la stessa natura, un'anima e un corpo, occhi e lingua, mani e piedi.

Guardano attentamente intorno e, per quanto possono vedere, ogni uomo è uguale all'altro. Sanno che moltissimi, purtroppo la maggior parte, sono come loro: amanti di questo mondo e ne deducono, di conseguenza, che tutti sono così.

Negano la possibilità che altri principi e vedute, che non siano di questo mondo, possano essere più importanti. Ammettono che un uomo possa essere influenzato da motivi religiosi; ma non che possa esserne guidato, che viva secondo questi, che li riconosca come i capisaldi, come leggi primarie e ultime della sua condotta; questo essi rigettano.

Hanno escogitato proverbi e detti per affermare che ognuno ha il suo valore; che ognuno di noi ha il suo lato debole; che la religione è una bella teoria; e che l'uomo più religioso è solo colui che nasconde più abilmente a se stesso e agli altri il suo amore del mondo; e che gli uomini non sarebbero uomini se non amassero e desiderassero le ricchezze e gli onori.

In accordo con le loro vedute essi hanno imputato al Signore stesso le intenzioni più basse e più vili, piuttosto che credere che fosse colui che egli disse di essere veramente.

[...]

Veramente la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio Gesù Cristo; ma quanto al mondo, non saremo tenuti in grande considerazione: il mondo non ci conosce perché non ha conosciuto lui.

[...]

Nessuno conosce alcunché della nostra storia religiosa, del nostro andare a Dio, del nostro crescere in grazia, dei nostri successi, ma solo Dio che li produce segretamente.




1Parochial and Plain sermons VI, pp 208-220. J.H.Newman (1801-1890) – teologo e cardinale