Piatto Unico: Socrate vs Pilato

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Dopo l’ Antipasto di Bobbio nel post precedente, passiamo dunque al pranzo vero e proprio: piatto unico.

Il dubbio può essere di due tipi: quello socratico, che spinge verso la ricerca, ricerca per la verità, evidentemente. Poi c’è quello pilatesco, quello che usa il dubbio per affermare che non esiste alcuna verità. E con questa argomentazione, a sua volta, afferma implicitamente una verità: che cioè non esiste alcuna verità More

Antipasto: La morale di Bobbio

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«La morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole».

(Norberto Bobbio)

Queste parole venivano pronunciate spesso nelle lezioni universitarie di Torino di Norberto Bobbio, che è considerato uno dei maggiori intellettuali ed una delle personalità culturali più influenti dell’Italia del ventesimo secolo, un guru del pensiero laico. More

A come Ateo, Alto, Al di sopra degli altri

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Questa immagine fa parte della campagna di ateisti militanti sponsorizzati dal noto Richard Dawkins (di cui ho letto l’interessante libro “Il gene egoista”).

C’è un atteggiamento incredibilmente violento e intollerante da parte di queste idee.

Un immagine, un icòna, non è mai innocente: rispecchia un modo di pensare e trasmette un modo di vedere la realtà, di vedere se stessi rispetto a “gli altri”. E lancia messaggi ben precisi.

Cosa “dice” questa immagine?

Dice sostanzialmente che chi ha una certa fede (le persone in basso che animatamente discutono – con tanto di punti esclamativi) si trovano “in basso”, sono dunque da compatire perché persone irragionevoli. Mentre chi si pone il dubbio (il punto interrogativo) si trova “in alto” e in atteggiamento decisamente altezzoso, misto a compassione commiserevole, si pone “sul gradino”, perché si crede più intelligente.

La cosa curiosa è che essi rimproverano alle religioni di mettersi dalla parte della verità, di ergersi un gradino più in alto degli altri. Ma loro non si mettono sul gradino: vanno direttamente sul podio, un podio anche più alto del solito; e di fatto, fanno la stessa cosa: la “A” di Ateismo, ti consentirebbe di “stare più in alto”, di essere superiore agli altri, di guardarli dall’alto verso il basso. E di dispezzarli.

E così, negando ogni verità, proclamano la propria verità: che loro sono meglio di tutti gli altri, che la loro prospettiva è “la più alta”.

Interessante anche il titolo di questa “innocente” immaginetta propagandistica, il cui file online contiene le parole inglesi extremist e moderate: estremista sarebbe chiunque crede in una fede e moderati sono senz’altro loro dall’alto della propria “A”: solo chi sarebbe ateo sarebbe “moderato”; solo chi si pone nel dubbio (ma è veramente un dubbio?) può guardare gli altri dall’alto verso il basso, come un sovrano déspota che scruta i suoi sudditi.

Hanno fatto della loro “A” il proprio idolo, usato per farsi superiori agli altri.

Questo modo di vedere le cose mi pare l’anticamera della discriminazione, dell’annullamento della libertà altrui, di rapace intolleranza e illiberalità. Non dobbiamo stupirici: questa è la logica conseguenza se si prende l’ateismo veramente sul serio, come fanno i fun di Dawkins, o come ha fatto di recente il tanto televisivo Umberto Veronesi in italia.

C’è poi un’altro volto, più ipocrita, della ideologia ateo-liberale: Michele, figlio di atei, di 31 anni e programmatore è un ragazzo (quasi coetaneo e collega) che ha ricevuto il battesimo in questa Pasqua e dice:

«Non mi ero mai reso conto – ammette adesso – che le mentalità atea e liberale hanno, ugualmente, una forte influenza sulla formazione di una persona, determinando ugualmente l’agire». Non essere stato battezzato, quindi, non ha significato essere «libero di scegliere», ma semplicemente vivere ed essere educato con altri valori e un’altra «bussola». [2]

Quello che non capisco è, allora, per quale ragione il non voler battezzare i propri figli spesso viene giustificato, con immensa ipocrisia, come un voler “lasciar libero di scegliere da grande”, quando invece non si ha la forza (o la consapevolezza?) in realtà di “volerlo educare ad altri valori”, il che sarebbe più coerente; ma in virtù di un falso senso di libertà, non lo si vuole ammettere.

Tutti abbiamo degli idoli, delle bussole e questo di per se non è un male ne un bene; li abbiamo sempre, che ne siamo coscienti o no. Perchè ne abbiamo naturalmente e ontologicamente bisogno: l’importante è conoscerli e soprattutto sapere dove ci portano. E i vostri idoli, dove vi portano? Le vostre bussole, che direzione segnano?

[1] formato originale dell’immagine qui:

[2] storie tratte da “Catecumeni, storie di una vita nuova @ RomaSette.it”

Radice quarta di Europa

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Un mio amico, che ha la passione vignette, rebus, giochi di parole, mi ha mostrato questo:

tentando di risolverlo ho proposto “radice crociata di italia”. Poi mi è stato svelato che era “radici cristiane dell’italia = ?”. Cioè le “radici cristiane” sarebbero una espressione artificiale e da polemica politica. E come prevedibile, dall’indovinello, si è passati a un tema politico.

E così ho raccolto la provocazione, ma mi sono permesso di prenderla un po’ alla larga. More

Nazismo di Carnevale

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Rispondo al commento di Blogger mariagrazia al post precedente sotto forma di lettera aperta a un ipotetico “Amico”. Pensavo di aver detto quasi tutto sull’eutanasia in questo blog, tanti sono stati i post che ne hanno trattato. Ma evidentemente manca dell’altro.

* * *

Caro Amico, visto che è da poco finito il Carnevale, eccoti una mia storiella:

Il male, mascherato da Pulcinella,
dopo aver devastato la casa,
una volta smascherato,
esce dalla porta.

Ma poi,

mentre stiàmo ben attenti in giro
che non ci sìano maschere di Pulcinella
che girano sospette intorno alla casa,

e mentre celebriamo gloriose
“Giornate della Memoria
della Cacciata del Male
mascherato da Pulcinella”
per ricordare e insegnare ai
nostri figli quanto sìano davvero
pericolose le persone
mascherate da Pulcinella,

ecco che il male è già rientrato dalla finestra,
e, vestito da Arlecchino, gioca indisturbato con i nostri figli.

* * *

Ieri mi hai scritto che:

riguardo all’eutanasia sarebbe utile che si mettessero in campo tutte le possibili informazioni nei diversi casi e tutte quelle necessarie agli interessati ma la scelta spetta a chi è l’oggetto della scelta e non di altri.

Provo a tradurre queste tue parole così:

(1) difronte alla sofferenza e alla disperazione, ciò che la società è in grado di farsi carico è “dare tutte le possibili informazioni”. Come un efficiente sportello informazioni. E poi lasciare la “libera” scelta al singolo.

(ma è oggetto o soggetto?).

Si tratta del solito cliché “libertario” per cui il singolo che sceglie da solo e per se “non sbaglia mai”. Ma qui succede qualcosa di nuovo: con la sua “libera” scelta mette improvvisamente “a posto” la coscienza di tutti. Chi infatti si interrogherà sulla propria coscienza se il malato ha “deciso liberamente”?

un’altra via potrebbe essere invece:

(2) difronte alla sofferenza e alla disperazione, ciò che la società deve farsi carico è alleviare la sofferenza e aiutare i malati a dare un senso alla vita;

Secondo te, quali delle due società, è più “umana”?

E’ ovvio che la seconda strada è più costosa; sia economicamente che emotivamente; ma infondo riconosciamo che è la seconda strada sarebbe quella “giusta”, che tutti desideriamo. Perchè allora non si dibatte tanto animatamente se dare o no e come assistenza ai malati? Ho un forte sospetto: che la prima strada tanto declamata dai teorici della libertà sia un modo comodo e subdolo di evitare la seconda strada.

Sento già che mi stai per obiettare che si può certamente “offrire” tutte e due le cose, e che anzi il farle entrambe sarebbe veramente segno di una “vera società civile”.

Mi chiedo però: se già oggi la “libera morte” non è ammessa, e ci sono già schiere di malati che chiedono disperatamente aiuto e non lo hanno, come potremo pensare che tale assistenza sarà migliore nel momento in cui a queste orde di malati viene prima di tutto “offerta” la possibilità di farsi da parte? Non c’è qualcosa che non va in questo meccanismo?

Prova vivente è il caso Crisafulli e famiglia, proprio di questi giorni. Chiedevano disperatamente aiuto allo Stato. Che non è arrivato. E adesso vogliono andare in Belgio a praticare l’eutanasia: cosa è dunque che provoca quel desiderio di morte? Una vera e libera scelta, oppure la disperazione di sentirsi abbandonati (non solo lui, ma la famiglia e chi gli sta intorno?).
E pensare che lo stesso Crisafulli, “tornato” dallo stato vegetativo, aveva scritto a Beppino Engaro, implorandolo di non far togliere la vita a Eluana, perchè lui era un testimone vivente: sentiva “tutto” quando i medici dicevano che era una foglia di insalata, e ci ha raccontato in quale disperazione fosse per non poter far nulla per dire “sono vivo!” .

Se perfino la famiglia Crisafulli è arrivata a questo, dobbiamo davvero riflettere. Che cioè la richiesta di morte è causata da una mancanza di impegno, di relazione, da parte di chi invece sta bene e potrebbe fare qualcosa. Cioè “noi”, lo “Stato”, la “Società Civile”.

Io penso che è giusto che sia chi sta bene ed è in buona salute che è chiamato a fare “scelte difficili”, ovvero non abbandonare il sofferente; non possiamo scaricare la responsabilità su chi sta male ed è disperato, rimettendoci solo alla sua “libertà”; perché questo equivale, moralmente a dire “veditela tu”, “il tuo problema non mi interessa”.

Dobbiamo seriamente riflettere su tutto questo. Se non sappiamo più individuare il debole e il sofferente e venire incontro alle sofferenze del nostro fratello, diventeremo una società sempre più inumana, in un baratro di progressiva emarginazione dell’ handicappato, del debole, del piccolo, dell’anziano, del sofferente, del malato…

Amico, credimi: penso di non esagerare se dico che sta tornando di moda il nazismo: con la pratica dell’eugenetica, oggi ampiamente praticata, della soppressione e l’eliminazione dell’inadatto, del non desiderato, del più debole e indifeso;

E in alcuni casi avremo si avrà anche il coraggio di dire che lo abbiamo fatto “rispettando” la sua libertà. Che lo abbiamo fatto per “pietà”. Forse sarà bene ricordare che anche i nazisti invocavano un senso di “pietà” quanto facevano esperimenti sui malati di mente; e molti credevano che quelle idee si basavano su teorie che erano “scientificamente” dimostrate (in realtà darwinismo sociale).

L’unica differenza è che oggi non c’è un Hitler a capo di tutto questo; non c’è un volto di questa ideologia; non c’è un nome “nazismo”; perché la società post-moderna è “liquida”: abbiamo ideologie senza avere gli ideòlogi; tutto ci appare fatto in nome della democrazia; e siccome ci hanno insegnato che tutto ciò che è democratico è giusto e buono (e guai a chi discute questo dogma-tabù!!), ecco che la coscienza si assopisce ancora di più. E’ questa è la società del post-umano, in cui certe ideologie non provengono da un “centro” ma hanno molti “centri” e nessun volto. Quando avremo preso coscienza del bàratro in cui ci stiamo infilando, non avremo nessuno cui fare un processo: non ci saranno altri Norimberga; ma nel frattempo molti saranno stati soppressi in nome della falsa libertà e della falsa pietà.

Non mi fraintendere, ti prego: non ti sto dando del nazista; ma ricordiamoci che il nazismo ebbe il supporto “silenzioso” e “ingenuo” di molti che tacquero, pur non essendo nazisti e che si fecero convincere almeno in parte dalla propaganda e assopirono così le loro coscienze: è difficile dire quale sia stata la responsabilità (colpa) oggettiva di queste persone; a loro scusa c’è il fatto che furono plagiate; senza voler giudicarle, possiamo comunque dire che di fatto quello che è accaduto lo è stato anche grazie a questo meccanismo perverso.

La stesso meccanismo infatti accade oggi in TV dove tutto è sempre proclamato in nome della “libertà” e della “democrazia”. Peccato che non tutto viene raccontato come veramente è.
Nessuno dice ad esempio quale è la prima cosa che i malati e le loro famiglie in quelle condizioni chiedono: “aiuto”,”assistenza”, “amore”. Chiedono relazione. Solo quando queste cose gli vengono negate, allora chiedono la morte. Non a caso le associazioni dei malati insorsero dopo la “sentenza Englaro”. Perchè?

Però il messaggio che arriva alla gente è un’altro: che ci sìano orde di malati “costretti” a soffrire che chiedono solo di morire e che aspettano un nostro gesto di “pietà” e di “clemenza”. Il che può anche essere vero, ma alla fine ciò che viene trasmesso è una distorsione della realtà.

Forse sarebbe istruttivo rivedere certi filmati di propaganda nazista e di come invocassero lo stesso “senso di pietà” nei riguardi delle loro vittime innocenti; questo avveniva con abili mistificazioni di mezze verità e mezze bugie: le bugie credibili infatti non sono mai bugie al 100%, altrimenti verrebbero subito riconosciute e non ci crederebbe nessuno.

Forse dovremmo smettere un attimo di contare il numero di ebrei morti nei campi di concentramento e dare una occhiata nel nostro “giardino” di oggi; e dare così un senso a quei morti della storia e alle nostre tanto celebrate “Giornate della Memoria” (per carità, sacrosante!).

E allora non sarà importante solo celebrare le Giornate della Cacciata del Male mascherato da Pulcinella, ma saperlo riconoscere anche quanto gioca dentro casa indisturbato, vestito da Arlecchino.

PS: Nel frattempo, sempre in nome della libertà, dalla solita Olanda, una proposta per legalizzare il suicidio medicalmente assistito per tutti gli ultrasettantenni che ne faccian richiesta”
con tanto di “professioni deditate al fine vita, formata da infermieri specializzati, psicologi e religiosi”. Il grave rotola sempre più rapido giù dal piano inclinato; Arlecchino si comincia a far sentire. Qualcuno se ne è accorto?

Né maestri né modelli

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Lo sfogo del Preside di una scuola di Modena, dopo l’agghiacciante fatto di cronaca di studenti che hanno ripreso col cellulare e messo in rete le foto della morte di una coetanea: (notizia qui)

La scuola non assolve più il suo compito: “I ragazzi ci prendono semplicemente per dei tecnici, non siamo più né maestri di vita né modelli“. La famiglia è in crisi: “A Modena, un terzo dei ragazzi ha i genitori separati che quindi seguono poco i figli. Se li convochiamo per qualche mancanza dei ragazzi, quasi sempre prendono le loro parti e trattano preside e professori dall’alto in basso. I ragazzi non hanno senso critico, ma tutti hanno un cellulare nuovo e costoso”.

Qui non c’è solo l’orrore in se del fatto di cronaca. C’è un malessere più profondo.

C’è un rifiuto generalizzato del concetto di bene. Se vai a dire in giro che c’è un bene e un male che è necessario discernere, prima ancora di discutere nel merito, per il solo fatto di osare una tale dicotomia, dicono che sei all’antica, che sei un radicale retrogrado, un integralista religioso, un illiberale che non rispetta le idee altrui, che “tanto… tutto è relativo“, che in nome della libertà bisogna tollerare le idee degli altri, e anche se tu non ti riconosci in nessuna di queste categorie, ti devi beccare l’onta di queste etichette infami, devi sempre essere pronto a immolarti in nome della libertà di parola e di pensiero altrui.

La parola “educazione” è strumentalizzata in molti contesti culturali come sinonimo di “imposizione”, il teorema quindi è che non dovendo “imporre” dobbiamo rinunciare a “educare”: un’altra bugia figlia di questo relativismo nichilista.

Mi ribello a questo pensiero dominante: sono un anticonformista. Un rivoluzionario. Sono contro questa dittatura etichettatrice, che incolla bugie addosso alla Verità. Voglio la vera Libertà, quella che non rinuncia a condurre al bene; e non mi si venga a dire che il bene non esiste: è in ognuno di noi, basta saperlo leggere e vedere; ne è la dimostrazione che tutti ci indigniamo difronte a fatti di cronaca come questo. Perché?

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