Voltaire si rivolta nella tomba

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Attenzione: la citazione in questione non è di Voltaire. Vedi mio post successivo di aggiornamento e precisazione. Le parti cancellate (come questa) indicano passaggi e considerazioni non più validi, che però ho lasciato per memoria storica. Le parti in rosso indicano aggiunte successive dopo l’aggiornamento.

Tomba di Voltaire al Panthèon di Parigi

«Non condivido le tue idee ma sono pronto a morire affinché tu possa avere il diritto di esprimerle»

E’ una frase di bell’effetto e affascinante che tutti ricordiamo dai banchi di scuola [1].

Ma viene a volte utilizzata per addurre addirittura che sarebbe “giusto” sostenere attivamente ad esempio una campagna a favore dell’eutanasia [2] anche se non si è a favore dell’eutanasia: e questo perché? Perché così siamo rispettosi del libero pensiero e promuoviamo il pubblico dibattito. More

The Wall: democraticamente vietato amare

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Eugène Delacroix, La liberté guidant le peuple

“In nome del popolo italiano”

Sei una povera ragazza madre di una ricca città del Nord che (soprav)vive con 500 euro al mese? Lo Stato Democratico e Civile, per il bene di tutti, con le sue strutture, i suoi assistenti sociali, ti consiglia caldamente di More

Il mondo di Occam è una impronta di Dio

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Dio non è una ipotesi necessaria: è bello averne piena consapevolezza. Ci si può “accontentare” di molto meno; non ritengo  questo schema irrazionale o irragionevole.

E però è anche sorprendente come sia possibile un sistema di pensiero altrettanto razionale (non razionalista), in cui Dio è compreso. In esso ho scorto tesori ineffabili e sempre nuovi. More

Laicità a senso unico

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Ecco tre citazioni recenti di tre ecclesiastici “doc” e una mia riflessione: More

Ti amo così tanto che…

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Ti amo così tanto che…. farei di tutto per averti. More

Crocefissi per le allodole 4 (Lenin)

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Lenin Raghuvanshi

Il crocifisso nelle aule scolastiche italiane non è una tradizione che va contro i valori della laicità [...] le visioni etiche che sono alla base di una cultura non possono essere separate da quella cultura senza distruggerla. I diritti umani e la democrazia non esistono in un vuoto, in uno spazio valoriale neutro. Negare l’identità, la cultura e la storia di una società è una violazione della laicità e dei diritti umani. [1] More

Ai o kometa osekkai

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Giappone. La patria dei suicidi. Uno ogni quarto d’ora. Anche la politica inizia a prendere sul serio coraggio il problema e a parlarne pubblicamente, abbattendo un tabù.

Non è raro che all’ingresso di una stazione della metropolitana di Tokyo si veda l’annuncio di un ritardo a causa di un “ginshinjico”, ossia un “incidente con una persona”: è la formula eufemistica con cui si definisce il suicidio di chi si è gettato tra i binari al passaggio di un treno. L’annuncio è ormai di routine. Il corpo viene rapidamente portato via, i moduli di polizia riempiti in tutta fretta e la circolazione riprende in tempi brevi, frenetica ed efficiente come sempre.

[...]

In un recente dibattito televisivo a cui hanno partecipato tre giovani donne che avevano tentato il suicidio, una di esse, la 26nne Shinohara Eiji, ha raccontato il suo dramma, iniziato alle scuole medie superiori dove era presa in giro perché grassa. La continua umiliazione, anno dopo anno, la portò alla decisione di togliersi la vita. Al ritorno a casa dall’ospedale dove era stata ricoverata con le vene dei polsi tagliate, fu accolta dal padre che l’abbracciò. Era la prima volta in tutta la sua vita che riceveva un abbraccio da suo padre [in giappone e in genere in oriente il contatto fisico è rarissimo e anzi evitato, anche tra gli affetti in famiglia, NdR]. “Non ci siamo detti una parola, ma in quel momento, tra le sue braccia, ho capito che la vita era bella e degna di essere vissuta”.

Tutte e tre le giovani si sono trovate d’accordo nel ritenere che ciò di cui avrebbero avuto bisogno per vincere la disperazione era “ai o kometa osekkai”. “Ai o kometa” significa “essere accompagnate, motivate, dall’amore”, mentre “osekkai” vuol dire “essere oggetto di interesse e di cura”: un modo giapponese per far capire che avrebbero avuto bisogno di qualcuno che si fosse interessato con amore dei loro problemi. In parole più semplici, un po’ di amore le avrebbe trattenute da quel gesto estremo.

[fonte]


Infondo è questo che desideriamo tutti. E’ ciò che da senso alla vita: un abbraccio d’amore.

Libertà e felicità

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Vendere un qualcosa con lo slogan della libertà è sempre un buon affare. Ma a cosa serve la libertà?

A essere più felici, dicono. Se la società e le leggi ci offrono più possibilità, ovvero ventagli di scelta quanto più ampi, allora dovremmo essere più felici. Dicono.

Una società più libera sarebbe tale tanto più è ampio il numero di “scelte” che l’individuo può fare: che rapporto c’è fra (questo tipo di) libertà e la felicità?

Siamo tutti d’accordo che la tirannia, il regolismo, la violazione della dignità umana, mortificano la nostra libertà e di conseguenza anche la nostra felicità.

Ma davvero più libertà di scelta ci da sempre e comunque, ipso facto più felicità? Se si, da quali dati sarebbe dimostrato? Se no, ha senso allora invocare sempre più libertà intesa come “avere maggiori possibilità ti scelta”? E che cosa allora ci rende davvero più felici?

Avere più scelte (o averne troppe) non può aumentare il disagio, lo stress e l’incertezza dovuto proprio alla scelta? Ovvero: serve davvero avere più scelte se poi non coltiviamo i parametri per poter effettuare certe scelte?

Il pensiero liberale radicale risponde a questa domanda asserendo che la legge (dello Stato) dovrebbe occuparsi di ampliare questo ventaglio di scelte mentre invece i criteri per orientare queste scelte debbono essere obiettivo del singolo, coltivando le propria filosofie, religione, etc…. In questo modo, dicono, saremo tutti più felici. Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Risposta: le scelte del singolo non sarebbero (o non dovrebbero essere) influenzate dalle scelte degli altri; l’uomo è visto come essere non gregario, un individuo senza relazioni in cui le scelte degli altri non lo influenzano mai. Purtroppo non è così: non tutte le persone e non in ogni circostanza sono così indipendenti o hanno voglia di esserlo in tutto e anzi la mancanza di dipendenza li fa sentire più soli, e più infelici. Pensare diversamente è segno di una falsa antropologia umana, perché non sorretta dalla realtà concreta e reale, ma solo idealizzata su ciò che si vorrebbe che l’uomo fosse (cioè sempre forte, indipendente e senza condizionamenti di nessun altro) e non su ciò che è veramente è (a volte debole, influenzabile, indifeso, non sempre sicuro di se).

La libertà intesa come “maggiore scelta” non rischia forse di essere poco rispettosa per quelle persone che, a causa dei loro limiti personali, intellettuali, culturali, si trovano in seria e imbarazzante difficoltà di dover fare una certa scelta? Insomma qualcuno potrebbe “non voler fare una scelta” ma potrebbe sentirsi più rassicurato e più felice se la collettività si fa carico di una certa scelta che egli non vuole prendere. Se a qualcuno questo ragionamento puzza di paternalismo, mi mostri piuttosto in che modo si può dimostrare, dati alla mano, che le società così dette “più libere” sono anche le più felici. Implicherebbe un poter “misurare” la felicità: ma si può fare?

Chi difende i “diritti” di queste persone? Nessuno mi pare: non certo i paladini della moderna libertà che ci vendono continuamente il dogma per cui:

“maggiori scelte”=”più libertà”=”più felicità”

E’ indubbio che nel corso dei secoli abbiamo sempre più guadagnato “libertà di scelta”, ma allora perché siamo sempre infelici come lo eravamo un tempo? L’uomo di oggi è veramente più felice di uno del medioevo? La domanda non è così innocente e semplice e la risposta non è così scontata. Oggi ad esempio i dipendenti sono “obbligati” a lavorare 8 ore al giorno. E nessuno si sognerebbe che non debba essere così. Chi si rifiuta può essere licenziato, indipendentemente dal lavoro svolto. Nel medioevo il contadino mezzadro rendeva si conto al padrone o al suo signore, ma lo faceva solo alla fine dell’anno con la raccolta: era impensabile che il signore obbligasse il contadino ad alzarsi ad un certo orario o lavorare in certi momenti o a controllare cosa facesse durante la giornata. Forse oggi un contadino del medioevo, con i suoi parametri, vedendo gli operai nelle moderne fabbriche o uffici, li vederebbe come massa di schiavi e penserebbe forse, che infondo infondo lui è più libero.

La felicità, non è un valore, ma uno stato: esso dipende invece dai valori, dipende cioè da che cosa è veramente importante nella nostra vita. Se percepiamo che nella nostra vita stiamo soddisfacendo l’esigenza dei nostri valori, allora siamo felici. Altrimenti siamo meno felici. La felicità, infondo, è dare senso a quello che facciamo. Dare senso alle scelte che facciamo.

E cosa c’entra questo con la libertà? Infondo c’entra perché siccome l’uomo moderno percepisce la libertà di scelta come un valore, allora si sente più felice se ha maggiore libertà. Tuttavia questo modo di concepire la libertà, impone di fatto delle scelte (in un senso o nell’altro) anche a chi avrebbe fatto volentieri a meno di scegliere. Con conseguente autocontraddizione: per essere più liberi, alcuni vengono resi meno felici.

Io, per esempio, potrei non volere il diritto di scegliere l’eutanasia, perché temo di poter fare una scelta sbagliata in un momento di debolezza mia o di sofferenza per i miei familiari. Come si concilia questa “libertà di scelta” con la mia felicità di oggi?

E ancora: in una società plurale, dove i valori possono essere diversi, come si può legiferare con un sistema inteso come bene comune in modo da non mortificare la felicità di qualcuno?

Sento di avere molte domande e poche risposte: sono confuso, tante cose non mi tornano…. e voi, vi sentite così sicuri con certi dogmi in stile moderno?

Forse dovremmo interrogarsi più seriamente su quale è il nesso fra “la felicità” e il “problema del senso”, che evidentemente nessuna legge può risolvere.

Vive la laïcité!

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Ecco il mio post che avevo promesso, e preparato da tempo.

Va molto di moda riempirsi bocca della parola laicità, il dogma che deve essere condiviso da tutti. Senza eccezioni. Ciò che stupisce è che tutti si dicono laici, ma ognuno a modo suo. Senza entrare nella polemica laicità vs laicismo, mi pare di capire che ci sono in giro due modi di concepire la laicità:

(1) Secondo alcuni essere laici vuol dire opporsi in ambito pubblico al pensiero religioso. Se una proposta viene dal mondo religioso (che però è più fico chiamare clericale) allora questa non può avere lo stesso diritto di cittadinanza di tutte le altre idee: questo in quanto il pensiero religioso deve essere per definizione relegato nell’ambito delle scelte personali e non può e non deve trovare spazio in un ambito pubblico (=ovvero politico, da polis). La laicità e la religiosità sono due concetti antitetici e non conciliabili. Lo stato laico dovrebbe, in ambito religioso, al massimo preoccuparsi di consentire a tutti di praticare liberamente la proprie convinzioni religiose, purché esse rimangano in quell’ambito ristretto della pratica personale e non diventi dibattito o argomento pubblico.

(2) Secondo altri essere laici vuol dire dare la stessa dignità tanto al pensiero religioso quanto a quello non religioso, senza fare distinzione fra di essi. Tutti i pensieri possono avere lo spazio e la dignità se le persone che lo propongono rispettano le regole democratiche e i fondamenti di una società che è, appunto laica e che si confronta su tutti i temi con delle regole proprie e indipendenti non solo dal credo religioso, ma da qualunque altro schema prefissato. Ne consegue che uno stato laico può accogliere regole e fondamenti che sono provenienti tanto dal mondo religioso così come da quello non credente creando così un humus comune per di una società plurale. Questo humus viene generato secondo la dialettica politica esprimendo con le leggi ciò che si è attinto dalle varie istanze ideali, religiose o no che siano.

Sono due modi contrapposti di intendere la laicità: sui giornali e nei vari dibattiti viene usata a volte nell’una a volte nell’altra accezione. Fate attenzione a quale si tratta, per non farvi fregare dalla disinformazione e da un uso strumentale che finisce per logorare il senso delle parole, quando vengono usate troppo e con troppi significati.

Intanto pongo qualche domanda provocatoria:

  1. Come mai quando alcune posizioni politiche che sono di estrazione dal mondo “religioso” e che però sono largamente condivise (ad esempio appello alla carità verso gli immigrati) non fanno quasi notizia e soprattutto nessuno protesta di “idebita ingerenza nello stato laico”? Come mai questa “ingerenza” si materializza misteriosamente solo su certi argomenti e non su altri? Non sarà perché certe idee non piacciono?
  2. In che modo la (1) si concilia con il rispetto di tutte le idee e della democrazia ?
  3. La definizione (1) non è forse un comodo escamotage per sottrarsi al dibattito inerente il merito delle questioni sollevate? E’ molto comodo evitare di affrontare le questioni nel merito con la semplice scusa che quel pensiero non può essere dibattuto in quanto all’origine c’è un approccio religioso. Non è un modo per non affrontare certe domande imbarazzanti? Perché sottrarsi a un confronto piuttosto di rispondere con argomenti concreti nel merito?
  4. Non è che, forse, sotto sotto la (1) cova un pregiudizio secondo il quale il pensiero religioso sarebbe per definizione aprioristicamente irrazionale e che non abbia nulla di buono da offrire a chi credente non è?
  5. In che modo un credente potrebbe contribuire allo spazio politico pubblico se gli viene negato il diritto di contribuire secondo le sensibilità che sono lui proprie? Al credente (e solo a lui!) viene dunque chiesto di mettere la parte le proprie idee e convinzioni: ma chi porterebbe avanti delle idee che non condivide e non sente come sue?

E voi come vi sentite laici ?

P.S: a non tutti piace riconoscere che il primo a inciderci di moderna laicità fu una figura storica singolare e abbastanza fuori dagli schemi con il suo “date a Cesare quel che è di Cesare….”; a pensarci bene la laicità ce l’ha trasmessa una persona che di laico non aveva proprio niente.

Pechino 2008

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Le olimpiadi di Pechino sono partite. Pensavo che il il boicottaggio sarebbe stata una scelta giusta. Ma mi sono ricreduto. Penso che, in fin dei conti, non sarebbe stata una buona idea: i media non fanno altro che parlare di olimpiadi e di diritti umani in Cina.

Da sempre la Cina viola i più elementari diritti umani. Per quaranta anni abbiamo fatto crescere questo gigante, e adesso che non possiamo più arrestarlo ci fa paura. L’ideologia democratico-liberale in stile occidentale ci ha fatto credere che democrazia e sviluppo economico vanno di pari passo e che quindi la Cina, “prima o poi” con la “ripresa” di Hong Kong, con l’apertura dei mercati, con la crescita economica si sarebbe democratizzata. Troppa fiducia nel “libero mercato”. Forse qualcuno ci credeva davvero.

E invece in Cina oggi molti sacerdoti spariscono; monaci buddhisti torturati; dei coraggiosi studenti di piazza Tienanmen del 4 giugno 1988 nessuno sa che fine abbiano fatto. Dalla Cina in internet non è possibile accedere a www.amnesty.org o www.vatican.va oppure www.humanrights-china.org e migliaia di altri…. lo stesso “Google” ha accettato di collaborare alla censura cinese pur di entrare in quel mercato [1]. Se dalla Cina provate con “Google Immagini” a cercare “tienammen” non avreste lo stesso risultato che trovate invece in italia.

Bush oggi fa la voce grossa [2] e sbraita contro i diritti umani. Non ci si poteva pensare nel 1988? Frattini va a Pechino. Sarkozy invia una lista di detenuti politici [3]. E’ vero che siamo maledettamente ipocriti: come se questi problemi siano noti da ora… forse dopo le olimpiadi si parlerà molto meno di diritti umani in Cina.

Ma almeno un paio di risultati li abbiamo ottenuti:

  1. Oggi è più chiaro a tutti che la dittatura cinese è un vero mostro e che non è detto che ci convenga ancora tacere su questo problema.
  2. I governanti cinesi hanno fallito il progetto di usare le Olimpiadi per dare all’estero una immagine “armoniosa” e positiva di se [4].

Parlare delle Olimpiadi è anche un pretesto per parlare dei diritti umani, e lo si sta facendo. I molti giornalisti li presenti ci stanno riportando notizie, impressioni, reportage sulla censura che subiscono dalla polizia cinese. Il boicottaggio non avrebbe raggiunto lo stesso risultato, anche se era “giusto” in linea di principio.

[1] Corriere della Sera on line, 25.01.2006
[2] http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=29068&sez=HOME_SPORT
[3] http://www.agi.it/news/notizie/200808071511-cro-rt11099-art.html
[4]
Bao Tong: La verità sui Giochi Olimpici e sulla Cina (Asianews)

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