19 mag 2010
FabrizioFilosofia, Pseudoscienza, Societa e Cultura Filosofia, Pseudoscienza, Scienza

Seguo sempre con interesse e stima il suo blog, il suo lavoro, il suo impegno contro le bufale e in favore di una ragione seria contro le pseudoscienze, tanto che il link figura nei blogroll di questo blog. Le auguro per questo il miglior successo e i migliori frutti.
Nel suo recente post “Si può morire di antiscienza a sedici anni?” racconta la triste vicenda di Clara Palomba e altre, che muoiono a causa di mancate cure mediche per essersi affidati a santoni e ciarlatani.
Riporto i sui giudizi, per altro ampiamente avallati e supportati nei commenti del suo blog da molti suoi lettori:
Ben le sta. Spero sia stata una morte lenta e dolorosa. No, non ho pietà per i morti
Sono troppo incazzato e comunque non sono un ipocrita.
Voi, tutti voi, avete contribuito a uccidere una ragazzina di sedici anni. Possa il suo nome perseguitarvi per sempre. Io non vi darò il lusso di dimenticarlo.
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27 apr 2010
FabrizioFilosofia, Religione Fede Chiesa Filosofia, Luoghi comuni, Relativismo, Risposte nominali
Rispondo ancora a Mauro Pesce, che scrive anche su Micromega, sul blog “Poesia e lo Spirito”, che in particolare in upren commento mi scrive:
Dio è unico, ma inconoscibile, inespriminbile, ineffabile e chi pretende di possederne la verità non fa altro che ridurre la verità universale alla propria prospettiva particolare.
Gentile Mauro Pesce,
Rispetto questa sua personale visione di Dio, ma mi consento di dire che More
14 apr 2010
FabrizioFilosofia, Societa e Cultura Filosofia, Relativismo
Dopo l’
Antipasto di Bobbio nel post precedente, passiamo dunque al pranzo vero e proprio: piatto unico.

Il dubbio può essere di due tipi: quello socratico, che spinge verso la ricerca, ricerca per la verità, evidentemente. Poi c’è quello pilatesco, quello che usa il dubbio per affermare che non esiste alcuna verità. E con questa argomentazione, a sua volta, afferma implicitamente una verità: che cioè non esiste alcuna verità More
10 apr 2010
FabrizioFilosofia, Societa e Cultura Filosofia, Relativismo
«La morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole».
(Norberto Bobbio)
Queste parole venivano pronunciate spesso nelle lezioni universitarie di Torino di Norberto Bobbio, che è considerato uno dei maggiori intellettuali ed una delle personalità culturali più influenti dell’Italia del ventesimo secolo, un guru del pensiero laico. More
06 apr 2010
FabrizioReligione Fede Chiesa, Societa e Cultura Ateismo, Filosofia, Relativismo
Questa immagine fa parte della campagna di ateisti militanti sponsorizzati dal noto Richard Dawkins (di cui ho letto l’interessante libro “Il gene egoista”).
C’è un atteggiamento incredibilmente violento e intollerante da parte di queste idee.
Un immagine, un icòna, non è mai innocente: rispecchia un modo di pensare e trasmette un modo di vedere la realtà, di vedere se stessi rispetto a “gli altri”. E lancia messaggi ben precisi.
Cosa “dice” questa immagine?
Dice sostanzialmente che chi ha una certa fede (le persone in basso che animatamente discutono – con tanto di punti esclamativi) si trovano “in basso”, sono dunque da compatire perché persone irragionevoli. Mentre chi si pone il dubbio (il punto interrogativo) si trova “in alto” e in atteggiamento decisamente altezzoso, misto a compassione commiserevole, si pone “sul gradino”, perché si crede più intelligente.
La cosa curiosa è che essi rimproverano alle religioni di mettersi dalla parte della verità, di ergersi un gradino più in alto degli altri. Ma loro non si mettono sul gradino: vanno direttamente sul podio, un podio anche più alto del solito; e di fatto, fanno la stessa cosa: la “A” di Ateismo, ti consentirebbe di “stare più in alto”, di essere superiore agli altri, di guardarli dall’alto verso il basso. E di dispezzarli.
E così, negando ogni verità, proclamano la propria verità: che loro sono meglio di tutti gli altri, che la loro prospettiva è “la più alta”.
Interessante anche il titolo di questa “innocente” immaginetta propagandistica, il cui file online contiene le parole inglesi extremist e moderate: estremista sarebbe chiunque crede in una fede e moderati sono senz’altro loro dall’alto della propria “A”: solo chi sarebbe ateo sarebbe “moderato”; solo chi si pone nel dubbio (ma è veramente un dubbio?) può guardare gli altri dall’alto verso il basso, come un sovrano déspota che scruta i suoi sudditi.
Hanno fatto della loro “A” il proprio idolo, usato per farsi superiori agli altri.
Questo modo di vedere le cose mi pare l’anticamera della discriminazione, dell’annullamento della libertà altrui, di rapace intolleranza e illiberalità. Non dobbiamo stupirici: questa è la logica conseguenza se si prende l’ateismo veramente sul serio, come fanno i fun di Dawkins, o come ha fatto di recente il tanto televisivo Umberto Veronesi in italia.
C’è poi un’altro volto, più ipocrita, della ideologia ateo-liberale: Michele, figlio di atei, di 31 anni e programmatore è un ragazzo (quasi coetaneo e collega) che ha ricevuto il battesimo in questa Pasqua e dice:
«Non mi ero mai reso conto – ammette adesso – che le mentalità atea e liberale hanno, ugualmente, una forte influenza sulla formazione di una persona, determinando ugualmente l’agire». Non essere stato battezzato, quindi, non ha significato essere «libero di scegliere», ma semplicemente vivere ed essere educato con altri valori e un’altra «bussola». [2]
Quello che non capisco è, allora, per quale ragione il non voler battezzare i propri figli spesso viene giustificato, con immensa ipocrisia, come un voler “lasciar libero di scegliere da grande”, quando invece non si ha la forza (o la consapevolezza?) in realtà di “volerlo educare ad altri valori”, il che sarebbe più coerente; ma in virtù di un falso senso di libertà, non lo si vuole ammettere.
Tutti abbiamo degli idoli, delle bussole e questo di per se non è un male ne un bene; li abbiamo sempre, che ne siamo coscienti o no. Perchè ne abbiamo naturalmente e ontologicamente bisogno: l’importante è conoscerli e soprattutto sapere dove ci portano. E i vostri idoli, dove vi portano? Le vostre bussole, che direzione segnano?
[1] formato originale dell’immagine qui:
[2] storie tratte da “Catecumeni, storie di una vita nuova @ RomaSette.it”
28 feb 2010
FabrizioFilosofia Bach, Filosofia
creatura impastata di terra fangosa e altra acqua, e a null’altro destinata che a spezzarsi a terra prima o poi e a terra ritornare. [tratto da qui]

Questa citazione è di Johan Sebastian Bach, che scrive alla moglie Anna Magdalena una poesiola in riferimento alla sua pipa. Non faceva solo musica il grande compositore, ma rifletteva profondamente sulla vita, sul mondo che lo circondava; “terra fangosa” richiama alla concezione aristotelica dei quattro elementi costituenti tutta la materia: evidentemente ancora a quel tempo si pensava che il legno fosse un mix di terra e acqua. Oggi sappiamo che è un mix di centinaia di atomi diversi e migliaia di molecole, ma il senso di quello che il compositore tedesco vuole dire non cambia.
Che sensazioni, impressioni, riflessioni vi sucita questa osservazione?

13 feb 2010
FabrizioFilosofia, Politica, Societa e Cultura Felicità, Filosofia, Libertà, Politica
Vendere un qualcosa con lo slogan della libertà è sempre un buon affare. Ma a cosa serve la libertà?
A essere più felici, dicono. Se la società e le leggi ci offrono più possibilità, ovvero ventagli di scelta quanto più ampi, allora dovremmo essere più felici. Dicono.
Una società più libera sarebbe tale tanto più è ampio il numero di “scelte” che l’individuo può fare: che rapporto c’è fra (questo tipo di) libertà e la felicità?
Siamo tutti d’accordo che la tirannia, il regolismo, la violazione della dignità umana, mortificano la nostra libertà e di conseguenza anche la nostra felicità.
Ma davvero più libertà di scelta ci da sempre e comunque, ipso facto più felicità? Se si, da quali dati sarebbe dimostrato? Se no, ha senso allora invocare sempre più libertà intesa come “avere maggiori possibilità ti scelta”? E che cosa allora ci rende davvero più felici?
Avere più scelte (o averne troppe) non può aumentare il disagio, lo stress e l’incertezza dovuto proprio alla scelta? Ovvero: serve davvero avere più scelte se poi non coltiviamo i parametri per poter effettuare certe scelte?
Il pensiero liberale radicale risponde a questa domanda asserendo che la legge (dello Stato) dovrebbe occuparsi di ampliare questo ventaglio di scelte mentre invece i criteri per orientare queste scelte debbono essere obiettivo del singolo, coltivando le propria filosofie, religione, etc…. In questo modo, dicono, saremo tutti più felici. Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Risposta: le scelte del singolo non sarebbero (o non dovrebbero essere) influenzate dalle scelte degli altri; l’uomo è visto come essere non gregario, un individuo senza relazioni in cui le scelte degli altri non lo influenzano mai. Purtroppo non è così: non tutte le persone e non in ogni circostanza sono così indipendenti o hanno voglia di esserlo in tutto e anzi la mancanza di dipendenza li fa sentire più soli, e più infelici. Pensare diversamente è segno di una falsa antropologia umana, perché non sorretta dalla realtà concreta e reale, ma solo idealizzata su ciò che si vorrebbe che l’uomo fosse (cioè sempre forte, indipendente e senza condizionamenti di nessun altro) e non su ciò che è veramente è (a volte debole, influenzabile, indifeso, non sempre sicuro di se).
La libertà intesa come “maggiore scelta” non rischia forse di essere poco rispettosa per quelle persone che, a causa dei loro limiti personali, intellettuali, culturali, si trovano in seria e imbarazzante difficoltà di dover fare una certa scelta? Insomma qualcuno potrebbe “non voler fare una scelta” ma potrebbe sentirsi più rassicurato e più felice se la collettività si fa carico di una certa scelta che egli non vuole prendere. Se a qualcuno questo ragionamento puzza di paternalismo, mi mostri piuttosto in che modo si può dimostrare, dati alla mano, che le società così dette “più libere” sono anche le più felici. Implicherebbe un poter “misurare” la felicità: ma si può fare?
Chi difende i “diritti” di queste persone? Nessuno mi pare: non certo i
paladini della moderna libertà che ci vendono continuamente il dogma per cui:
“maggiori scelte”=”più libertà”=”più felicità”
E’ indubbio che nel corso dei secoli abbiamo sempre più guadagnato “libertà di scelta”, ma allora perché siamo sempre infelici come lo eravamo un tempo? L’uomo di oggi è veramente più felice di uno del medioevo? La domanda non è così innocente e semplice e la risposta non è così scontata. Oggi ad esempio i dipendenti sono “obbligati” a lavorare 8 ore al giorno. E nessuno si sognerebbe che non debba essere così. Chi si rifiuta può essere licenziato, indipendentemente dal lavoro svolto. Nel medioevo il contadino mezzadro rendeva si conto al padrone o al suo signore, ma lo faceva solo alla fine dell’anno con la raccolta: era impensabile che il signore obbligasse il contadino ad alzarsi ad un certo orario o lavorare in certi momenti o a controllare cosa facesse durante la giornata. Forse oggi un contadino del medioevo, con i suoi parametri, vedendo gli operai nelle moderne fabbriche o uffici, li vederebbe come massa di schiavi e penserebbe forse, che infondo infondo lui è più libero.
La felicità, non è un valore, ma uno stato: esso dipende invece dai valori, dipende cioè da che cosa è veramente importante nella nostra vita. Se percepiamo che nella nostra vita stiamo soddisfacendo l’esigenza dei nostri valori, allora siamo felici. Altrimenti siamo meno felici. La felicità, infondo, è dare senso a quello che facciamo. Dare senso alle scelte che facciamo.
E cosa c’entra questo con la libertà? Infondo c’entra perché siccome l’uomo moderno percepisce la libertà di scelta come un valore, allora si sente più felice se ha maggiore libertà. Tuttavia questo modo di concepire la libertà, impone di fatto delle scelte (in un senso o nell’altro) anche a chi avrebbe fatto volentieri a meno di scegliere. Con conseguente autocontraddizione: per essere più liberi, alcuni vengono resi meno felici.
Io, per esempio, potrei non volere il diritto di scegliere l’eutanasia, perché temo di poter fare una scelta sbagliata in un momento di debolezza mia o di sofferenza per i miei familiari. Come si concilia questa “libertà di scelta” con la mia felicità di oggi?
E ancora: in una società plurale, dove i valori possono essere diversi, come si può legiferare con un sistema inteso come bene comune in modo da non mortificare la felicità di qualcuno?
Sento di avere molte domande e poche risposte: sono confuso, tante cose non mi tornano…. e voi, vi sentite così sicuri con certi dogmi in stile moderno?
Forse dovremmo interrogarsi più seriamente su quale è il nesso fra “la felicità” e il “problema del senso”, che evidentemente nessuna legge può risolvere.
27 nov 2009
FabrizioPolitica, Religione Fede Chiesa, Societa e Cultura Filosofia, Laicità, Libertà, Politica
Va molto di moda riempirsi bocca della parola laicità, il dogma che deve essere condiviso da tutti. Senza eccezioni. Ciò che stupisce è che tutti si dicono laici, ma ognuno a modo suo. Senza entrare nella polemica laicità vs laicismo, mi pare di capire che ci sono in giro due modi di concepire la laicità:
(1) Secondo alcuni essere laici vuol dire opporsi in ambito pubblico al pensiero religioso. Se una proposta viene dal mondo religioso (che però è più fico chiamare clericale) allora questa non può avere lo stesso diritto di cittadinanza di tutte le altre idee: questo in quanto il pensiero religioso deve essere per definizione relegato nell’ambito delle scelte personali e non può e non deve trovare spazio in un ambito pubblico (=ovvero politico, da polis). La laicità e la religiosità sono due concetti antitetici e non conciliabili. Lo stato laico dovrebbe, in ambito religioso, al massimo preoccuparsi di consentire a tutti di praticare liberamente la proprie convinzioni religiose, purché esse rimangano in quell’ambito ristretto della pratica personale e non diventi dibattito o argomento pubblico.
(2) Secondo altri essere laici vuol dire dare la stessa dignità tanto al pensiero religioso quanto a quello non religioso, senza fare distinzione fra di essi. Tutti i pensieri possono avere lo spazio e la dignità se le persone che lo propongono rispettano le regole democratiche e i fondamenti di una società che è, appunto laica e che si confronta su tutti i temi con delle regole proprie e indipendenti non solo dal credo religioso, ma da qualunque altro schema prefissato. Ne consegue che uno stato laico può accogliere regole e fondamenti che sono provenienti tanto dal mondo religioso così come da quello non credente creando così un humus comune per di una società plurale. Questo humus viene generato secondo la dialettica politica esprimendo con le leggi ciò che si è attinto dalle varie istanze ideali, religiose o no che siano.
Sono due modi contrapposti di intendere la laicità: sui giornali e nei vari dibattiti viene usata a volte nell’una a volte nell’altra accezione. Fate attenzione a quale si tratta, per non farvi fregare dalla disinformazione e da un uso strumentale che finisce per logorare il senso delle parole, quando vengono usate troppo e con troppi significati.
Intanto pongo qualche domanda provocatoria:
- Come mai quando alcune posizioni politiche che sono di estrazione dal mondo “religioso” e che però sono largamente condivise (ad esempio appello alla carità verso gli immigrati) non fanno quasi notizia e soprattutto nessuno protesta di “idebita ingerenza nello stato laico”? Come mai questa “ingerenza” si materializza misteriosamente solo su certi argomenti e non su altri? Non sarà perché certe idee non piacciono?
- In che modo la (1) si concilia con il rispetto di tutte le idee e della democrazia ?
- La definizione (1) non è forse un comodo escamotage per sottrarsi al dibattito inerente il merito delle questioni sollevate? E’ molto comodo evitare di affrontare le questioni nel merito con la semplice scusa che quel pensiero non può essere dibattuto in quanto all’origine c’è un approccio religioso. Non è un modo per non affrontare certe domande imbarazzanti? Perché sottrarsi a un confronto piuttosto di rispondere con argomenti concreti nel merito?
- Non è che, forse, sotto sotto la (1) cova un pregiudizio secondo il quale il pensiero religioso sarebbe per definizione aprioristicamente irrazionale e che non abbia nulla di buono da offrire a chi credente non è?
- In che modo un credente potrebbe contribuire allo spazio politico pubblico se gli viene negato il diritto di contribuire secondo le sensibilità che sono lui proprie? Al credente (e solo a lui!) viene dunque chiesto di mettere la parte le proprie idee e convinzioni: ma chi porterebbe avanti delle idee che non condivide e non sente come sue?
E voi come vi sentite laici ?
P.S: a non tutti piace riconoscere che il primo a inciderci di moderna laicità fu una figura storica singolare e abbastanza fuori dagli schemi con il suo “date a Cesare quel che è di Cesare….”; a pensarci bene la laicità ce l’ha trasmessa una persona che di laico non aveva proprio niente.
28 dic 2008
FabrizioFilosofia Bach, Filosofia
creatura impastata di terra fangosa e altra acqua, e a null’altro destinata che a spezzarsi a terra prima o poi e a terra ritornare. [tratto da qui]

Questa citazione è di Johan Sebastian Bach, che scrive alla moglie Anna Magdalena una poesiola in riferimento alla sua pipa. Non faceva solo musica il grande compositore, ma rifletteva profondamente sulla vita, sul mondo che lo circondava; “terra fangosa” richiama alla concezione aristotelica dei quattro elementi costituenti tutta la materia: evidentemente ancora a quel tempo si pensava che il legno fosse un mix di terra e acqua. Oggi sappiamo che è un mix di centinaia di atomi diversi e migliaia di molecole, ma il senso di quello che il compositore tedesco vuole dire non cambia.
Che sensazioni, impressioni, riflessioni vi sucita questa osservazione?

13 mar 2008
FabrizioFilosofia Filosofia
Citazioni sulla coerenza:
- L’ultima cosa che mi preoccupa è di essere coerente con me stesso. (André Breton)
- La coerenza è contraria alla natura, contraria alla vita. Le sole persone perfettamente coerenti sono i morti. (Aldous Huxley)
- Un atto coerente isolato è la più grande incoerenza. (Don Lorenzo Milani)
Ma quella che mi affascina di più è questa:
- Una stupida coerenza è l’ossessione di piccole menti, adorata da piccoli uomini politici e filosofi e teologi. Con la coerenza una grande anima non ha, semplicemente, nulla a che fare. Tanto varrebbe che si occupasse della sua ombra sul muro. Dite quello che pensate ora con parole dure, e dite domani quello che il domani penserà con parole altrettanto dure, per quanto ciò possa essere in contraddizione con qualunque cosa abbiate detto oggi. (Ralph Waldo Emerson)
Meglio essere coerenti oppure una grande anima?
E se il vero modo per essere coerenti fosse annullare la ricerca della coerenza stessa? Allora la coerenza sarà un dono che qualcun altro ti da….
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