Povertà vero progresso postmoderno

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Possiamo acquistare un cellulare con 30€. Possiamo anche andare in aereo da Roma a Londra con 30€. Ma fare la spesa al supermercato, anche per chi vive solo, 30€ non bastano. Neanche per un pieno di benzina. Il necessario costa come, o più, del voluttuoso.

Non è un congiuntura momentanea, come si potrebbe pensare. E’ una situazione strutturale. Durerà. E ci costringerà a cambiare. Speculazioni o no, questo sviluppo non è sostenibile se non entriamo in una nuova mentalità, nell’era della povertà postmoderna. Questa sarà la nuova forma di progresso. Infatti non si tratta ne di tornare a zappare la terra ne alle caverne; anzi, sarà il vero motore del nostro sviluppo, non solo economico ma sociale e umano.

Molte sono le teorie su come vivremo fra 10 o 20 anni. Quasi tutte fantasiose perchè è difficile prevedere questi sviluppi. Ma una cosa è certa: il nostro modo di vivere dovrà presto essere radicalmente cambiato. Dobbiamo iniziare a vivere nuove forme diffuse di povertà. Povertà non intesa come mancanza di mezzi di sussistenza. Al contrario: una povertà in senso post-moderno è intesa come attenzione, parsimonia e soprattutto cultura del riuso, del riciclaggio, del dare importanza e valorizzare ciò che prima gettavamo con disprezzo; dare importanza a piccoli gesti quotidiani, che sommati, ci fanno risparmiare quel 10% dello stipendio, il che è come se ci avessero dato un aumento. Ma non è in gioco solo quel 10%: è in gioco la nostra convivenza su questo pianeta.

Gettare un oggetto nel cestino o nel cassonetto, non ha solo un valore pratico, ma ha un valore altamente antropologico: riguarda in modo molto profondo il rapporto relazionale persona-oggetto-ambiente. L’oggetto si compra perchè se ne ha bisogno, si usa, poi questo uso genera rifiuto oppure l’oggetto stesso diventa, dopo l’usura, rifiuto. Diventa ingombrante, scomodo, non utile. Ma cosa è un rifiuto se non oggetto con valore zero?

Povertà in senso post-moderno vuol dire dare valore a ciò che non ha valore per aumentare il valore della nostra vita. La tecnologia ci aiuterà moltissimo: i pannelli solari diventano sempre più accessibili ed efficienti, le auto meno inquinanti, i contatori di energia più intelligenti, processori e computer sempre più piccoli e intelligenti. Ma tutto questo non basterà. E’ richiesto un nostro radicale cambiamento di mentalità.

Non solo. Povertà postmoderna vuol dire anche dare meno valore a ciò che veramente ha meno valore. A cosa serve l’imballaggio in cartone della scatola di tonno, se non appena arrivo a casa la butto nel cestino? Solo per la figura del grissino che mi mostra quanto è tenero? Per quanto ancora daremo retta a queste cose? A cosa serve un flacone in plastica rigida per metterci dentro 5 litri di detersivo, per poi gettarlo e ricomprarne un’altro insieme ad altri 5 litri quando tutto questo incide in maniera significativa e inutile sul prezzo finale e spreca inutili risorse? Non poteva quel flacone essere usato 10, 100 volte?

La condizione di normalità non è quella in cui abbiamo vissuto finora: opulenza e spreco lo abbiamo chiamato ricchezza e progresso e sommando qualunque cosa in un maledetto “PIL” abbiamo erroneamente pensato che tutto ciò che muove soldi concorre al benessere e all’economia. La vera normalità e il vero progresso è essere efficienti, non sprecare ciò che è utile o rendere utile in modo artefatto ciò che non lo è. La natura insegna. Non valorizzare il voluttuoso, ma mantenersi all’essenziale. Questo è il vero progresso.

Il Marketing e la pubblicità spariranno? Non credo. Dovranno cambiare anche loro, riformularsi su basi nuove. E’ una questione di valori e di obiettivi, non di metodo.

Cominciamo, per esempio, a lottare contro il PIL e misuriamo l’economia in modo diverso. Questo sarebbe già un passo per il vero progresso.

Ecco come genereremo ricchezza: con una nuova forma di povertà. Vi suona strano? Rifletteteci

La furbata di Visco & Co.

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Dopo la curiosa vicenda della pubblicazione online su internet delle denunce dei redditi degli italiani dell’anno 2005, dopo tutte le polemiche politiche seguenti, dopo le denunce delle associazioni di consumatori, dopo l’intervento del Garante, mi sono chiesto:

ma possibile che quelli della Agenzia delle Entrate fino al viceministro Visco siano stati così cretini? Visco Sarà pure un pregiudicato, ma non è fesso. Possibile che non abbia previsto tutto questo? E poi perché aspettare la fine del mandato?

Cerchiamo di capire quello che i giornali non dicono: I dati delle dichiarazioni dei redditi sono già di fatto pubblici: chiunque può richiedere presso un ufficio i dati di chiunque. Cosa cambia pubblicarli su internet? Cambiano cose importantissima: (1) la enorme facilità di accesso ai dati e (2) l’anonimato con cui si procede alla consultazione.

Come avrebbero dovuto fare il sito, i tecnici della Agenzia delle Entrate? Semplice: invece di fare un sistema tipo “motore-di-ricerca” pubblico e ad acceso anonimo, sarebbe forse bastato farlo con un sistema a registrazione obbligatoria con tanto di codice fiscale, documento di identità e invio a casa del codice di sicurezza e password, ovviamente solo ai cittadini italiani: tutte tecnologie banalissime e di facile implementazione per siti istituzionali o bancari. Inoltre, per trasparenza, ogni volta che Tizio accede alla dichiarazione dei redditi di Caio, mi sembra giusto che il signor Caio ne sia informato con un semplice messaggio email dell’Agenzia delle Entrate che notifica che il “signor Tizio ha acceduto alla sua dichiarazione dei redditi in data tale a all’ora tale”.
Tutti questi accorgimenti avrebbero sia aumentato l’accessibilità dei dati, sia reso trasparente il sistema e tutelato sia chi consulta che chi è consultato.

Troppo bello, vero?
Troppo trasparente, no?

Tutto questo avrebbe facilmente soddisfatto sia la privacy sia i requisiti del decreto approvato a fine gennaio che prevedeva questa pubblicazione e che Visco “diligentemente” e “ingenuamente” ha sostenuto di aver applicato.

E invece hanno fatto la cosa più cretina che hanno potuto: neanche un programmatore web appena diplomato avrebbe pensato di fare un sistema così stupido: possibile che nessuno nella gerarchia dirigenziale, su su fino al signor Visco abbiamo pensato a una cosa del genere? E’ questa la domanda centrale che nessun giornale serio si fa. Dato che non credo che queste persone siano così ingenue, mi tocca pensar male….

Penso che sia stata una voluta manovra per affossare definitivamente la cosa: ora che c’è stato il rumore mediatico, nessuno più si azzarderà a ipotizzare di mettere su internet sotto qualsiasi forma nessun tipo di dato fiscale, da qui all’eternità. Un ottimo successo per loro. Questo spiega anche perché fare tutto questo a fine mandato: ci sono poteri che vanno oltre il signor Visco, evidentemente, menti più influenti del povero viceministro: lo dico senza troppa dietrologia.

I professionisti del terrorismo mediatico conoscono bene i meccanismi isterici della società dell’informazione di oggi e con la connivenza dei giornali e degli organi controllati, la usano abilmente per generare artificialmente quei bisogni che vanno nella stessa direzione che fa loro comodo, così hanno la scusa che “la gente vuole così”. E’ la manipolazione totale. Questo. E’ questo che è accaduto.

Gli antichi romani dicevano saggiamente: “Cui prodest?“, ovvero “A chi giova tutto questo?”
Sicuramente a tutti quelli che non vogliono che la propria dichiarazione dei redditi sia consultabile da chi ad esempio fa il giornalista serio, perché ha qualcosa da nascondere.

Conclusione: L’accaduto è stato un’abile e voluta manovra di Visco & Co. per boicottare il decreto legge che prevedeva quella pubblicazione. Oggi e per sempre.