15 mar 2010
FabrizioEtica, Societa e Cultura Amore, Libertà, Pseudolibertà, Suicidio
Giappone. La patria dei suicidi. Uno ogni quarto d’ora. Anche la politica inizia a prendere sul serio coraggio il problema e a parlarne pubblicamente, abbattendo un tabù.
Non è raro che all’ingresso di una stazione della metropolitana di Tokyo si veda l’annuncio di un ritardo a causa di un “ginshinjico”, ossia un “incidente con una persona”: è la formula eufemistica con cui si definisce il suicidio di chi si è gettato tra i binari al passaggio di un treno. L’annuncio è ormai di routine. Il corpo viene rapidamente portato via, i moduli di polizia riempiti in tutta fretta e la circolazione riprende in tempi brevi, frenetica ed efficiente come sempre.
[...]
In un recente dibattito televisivo a cui hanno partecipato tre giovani donne che avevano tentato il suicidio, una di esse, la 26nne Shinohara Eiji, ha raccontato il suo dramma, iniziato alle scuole medie superiori dove era presa in giro perché grassa. La continua umiliazione, anno dopo anno, la portò alla decisione di togliersi la vita. Al ritorno a casa dall’ospedale dove era stata ricoverata con le vene dei polsi tagliate, fu accolta dal padre che l’abbracciò. Era la prima volta in tutta la sua vita che riceveva un abbraccio da suo padre [in giappone e in genere in oriente il contatto fisico è rarissimo e anzi evitato, anche tra gli affetti in famiglia, NdR]. “Non ci siamo detti una parola, ma in quel momento, tra le sue braccia, ho capito che la vita era bella e degna di essere vissuta”.
Tutte e tre le giovani si sono trovate d’accordo nel ritenere che ciò di cui avrebbero avuto bisogno per vincere la disperazione era “ai o kometa osekkai”. “Ai o kometa” significa “essere accompagnate, motivate, dall’amore”, mentre “osekkai” vuol dire “essere oggetto di interesse e di cura”: un modo giapponese per far capire che avrebbero avuto bisogno di qualcuno che si fosse interessato con amore dei loro problemi. In parole più semplici, un po’ di amore le avrebbe trattenute da quel gesto estremo.
[fonte]
Infondo è questo che desideriamo tutti. E’ ciò che da senso alla vita: un abbraccio d’amore.
29 ott 2009
FabrizioPolitica, Societa e Cultura Amore, Politica
Voglio dire anche io qualcosa sull’argomento più gettonato e chiacchierato del momento: la vicenda Piero Marrazzo,
Non nutro simpatie o antipatie politiche particolari per lui: ma vorrei qui andare controcorrente, e vedere questa vicenda da un’altra prospettiva.
“Io so che amo Piero, che abbiamo una figlia assieme, che il mondo ci è crollato addosso. Ma so anche che in qualche modo, tutti insieme, ne verremo fuori”. “Rimarrò vicino a Piero a ogni costo”.
Sono le parole di questi giorni di Roberta Serdoz, moglie di Piero Marrazzo [1]. Di lui tutti hanno parlato e sparlato in questi giorni: il livello medio di certi commenti per strada, a lavoro o sul bus non erano più edificanti del comportamento stesso che l’ ex-presidente della Regione Lazio ha mostrato di avere: chi è senza peccato scagli la prima pietra; e mi sono chiesto dove si annidi davvero la decadenza morale.
Ma questa donna, moglie e madre ha spiazzato tutti: ciò che pochi avrebbero detto, lei l’ha detto. Ciò che pochi avrebbero fatto, lei lo ha fatto. Non è tanto un “essere innamorati”, come spesso si intende superficialmente, ma una volontà. Forse già sapeva. Forse era preparata da tempo, ma ci vuole comunque coraggio. Un andare oltre tutto e tutti, con la consapevolezza che la vita è fatta di altro: una consapevolezza che solo la forza di una donna può donare. Che ci siano ancora persone così, ci da speranza per un futuro migliore.
Forza Piero! Forse dietro a tutta questo crollo e perdita c’è una rinascita vera che si cela all’orizzonte, e sono davvero felice che hai le risorse umane vicino a te per farlo. La politica che tanto ti impegnava ti ha subito buttato via non appena la tua utilità è svanita; per te questo mondo è finito; ma non è che forse questo mondo non ti meritava davvero? Questo mondo ti ha usato proprio come, forse, ti illudevi di poter usare il corpo di un’altra persona a pagamento; un filo rosso lega queste due cose. Questo crollo non è stato forse davvero necessario? E se celasse dei risvolti positivi? Certo ora è difficile vederli, perché tutto appare nero: la vergogna, l’onore svanito.
Ma ora credimi comincia la vera vita, quella con le persone che amano sul serio e che ti meritano davvero, perché è quando che siamo deboli, che siamo davvero forti (paradosso? No!). La tua famiglia c’è anche quando tutti ti abbandonano: nella loro fedeltà e volontà si svela il vero amore. Magari ti hanno spesso rimproverato di avere poco tempo per loro e troppo per la politica, quella che oggi si è rivelata un mondo così effimero. Ma ora loro ci sono. Non disperare: possiamo risorgere, riconciliarci, essere perdonati, andare oltre, scoprendo davvero il senso e il bello della vita.
Buon inizio e buon cammino, Piero Marrazzo: non sparire; torna a raccontarci la tua storia tra qualche anno quando, spero, tornerà il sorriso come in questa foto d’archivio [sopra].
Prego per te e la tua famiglia.
[1] dal blog di Luigi Accattoli, ex giornalista del Corriere della Sera
07 ott 2006
FabrizioSentimenti, Societa e Cultura Amore, Luoghi comuni

Nella vita, si dice «bisogna trovare la persona giusta».
Spesso, quando fidanzati, o più drammaticamente dei coniugi, pongono fine alla propria esperienza affettiva (qualcuno la chiama “storia”, ma a me questo sembra un termine molto riduttivo, quasi nullificante) si sente dire spesso che «…non era la persona giusta». C’era l’amore, c’erano tanti momenti felici… ma alla fine si finisce col dire che «proprio non era la persona giusta».
Mentre la prima frase «bisogna trovare la persona giusta», non può che essere ragionevolissima nella sua tautologica retorica, l’altro atteggiamento risulta invece decisamente più perverso e pericoloso.
Non solo: la spasmodica ricerca della «persona giusta», aggravata da certune delusioni, può in certi casi degenerare in atteggiamento di chiusura, che in realtà vuole solo espiare e negare un certo fallimento.
Spesso la persona giusta finisce con il diventare nella mente una proiezione della persona perfetta, quella che non può che essere 100% compatibile con la nostra idea di persona giusta. Un’ utopia. L’utopia che ci impedisce di mettere in discussione noi stessi, una sorta di anestetico fantasioso del dolore e della delusione, che ci illude che non sia necessario o addirittura dannoso, non dover concedere nulla di nuovo all’altro.
La mitizzazione del concetto “della persona giusta” finisce con l’escludere, in ultima analisi, una seria riflessione su noi stessi: la “colpa” e la responsabilità di un fallimento finisce con l’essere dell’altro… oppure è attribuita al destino, che ci ha fatto incontrare con la «persona sbagliata». Ma cosa dire di noi stessi ?
Quando un amore iniza o addirittura viene suggellato da un impegno più serio chiamato matrimonio (non lo intendiamo qui come sacramento: sono ahimè pochi coloro che ancora ci credono) accade sempre che nessuno dei due protagonisti pensi che l’altro «non sia la persona giusta», salvo poi scoprirlo con delusione quando tutto è ormai perduto. Cosa è cambiato ?
Spesso quando si dice «non è la persona giusta» si intende in realtà «è un tipo di persona che ha fatto superare il mio limite di sopportazione». A nessuno però viene in mente che questo limite può essere innalzato, oppure che lo avevamo sovrastimato oppure che avevamo sottostimato la “sua” capacità di superarlo. Fare tutto questo è troppo costoso in termini emotivi. Mettere in discussione se stessi, scoprire con drammaticità che quel limite è così facilmente stato infranto, porta la persona a una crisi profonda: meglio dunque crogiolarsi pensado che «purtroppo non era la persona giusta». Il destino diventa il capro espiatorio. L’ essere umano, compreso “l’altro” , viene deresponsabilizzato. E’ il preludio del fallimento totale.
A volte accade che persone che rinunciano alla «persona sbagliata» e cambiano in favore di un’altra ritenuta «piu giusta» (dopotutto è proprio in questa ottica che avvengono molti divorzi) finiscono esse stesse per cambiare…. a fare bagaglio delle proprie esperienze negative passate. Ed ecco quindi che il motivo vero per cui effettivamente si ritrovano a stare meglio con la seconda, è che sono cambiate loro, a causa della precedente bruciante esperienza; ma non se ne sono accorte, o prefersicono non ammetterlo. Più facile ammettere che ora, finalmente, «hanno trovato la persona giusta».
Tutto questo avviene perchè il nostro orgoglio tende a non farci fare passi indietro davanti a una persona dopo che abbiamo già costruito un rapporto…. mentre invece è più facile e confortante fare il passo indietro già da subito, da prima di legarsi ad essa: in questo modo implicitamente si riconoscono i propri errori, ma non davanti alla prima persona, ma di nascosto da tutti, compresi noi stessi. In pratica è più costoso «spostare i paletti» dopo piuttosto che farlo prima.
Il motivo fondamentale di tutto questo è che tutti si illudono di non dover mai spostare i propri paletti anche a distanza di molto tempo. La vita di coppia viene intesa come una qualcosa che, una volta stabilizzato il rapporto, non deve subire variazioni. I paletti devono essere fissati a terra una volta per tutte con il cemento armato e pensano che il fidanzamento non serva altro che a decidere una volta per tutte dove stendere questa colata di cemento. Il rapporto non deve subire contraccolpi. Però nessuno discute mai di come affrontare la vita quando questi contraccolpi ci saranno. Perché, prima o poi, ci saranno. Pensare in modo semplicistico che questi contraccolpi, a volte non troppo seri, a volte più seri, a volte drammatici a volte addirittura tragici non possano esserci, è ingenuo e illusorio. «Se c’è l’amore» tutto verrà risolto, si pensa.
Quante coppie si fanno, l’un l’altra domande drammatiche del tipo:
- «Cosa faresti se io un giorno ti tradissi?»
- «Cosa faresti se io rimanessi malato o infermo per tutta la vita e se questo significasse enormi sacrifici per te? E se io rimanessi sulla sedia a rotelle ? Se perdessi le gambe, o le braccia?»
- «Cosa faresti se io perdessi il lavoro e questo significasse vendere la nostra casa e fare una vita insieme al limite delle nostre possibilità economiche, e rinunciare a quasi tutto quello che abbiamo?»
- «Cosa faresti se un nostro figlio morisse di overdose e questo fosse in qualche modo attribuibile a una mia precisa responabilità, pur indiretta ?»
- «Cosa faresti se ad un certo punto si scoprisse a accadesse che uno di noi, o entrambi noi, siamo sterili e non possiamo avere un nostro desiderato figlio?»
- «Cosa faresti se io in circostanze drammatiche commettessi un omicidio a andassi in galara per 20 anni? Mi saresti sempre vicino e mi aspetteresti per 20 anni?»
Se uno è grado di porsi seriamente domande così drammatiche, avrà certamente meno problemi nella vita a spostare certi paletti, perchè avrà ben chiaro difronte a se che spostare certi paletti, non è così grave come invece lo sono altre ben più gravi cose che possono capitarci nella vita.
Dunque… non dobbiamo cercare la persona giusta? Certo che no! Sicuramente ci sono «persone adatte» e «persone non adatte» a noi…. questo è chiaro.
Ma quante coppie si sono fatte domande così drammatiche, guardandosi dritto negli occhi, e non solo dirsi un semplice “ti amo!” ?
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