Scrigno dell’ego 2: domande laiche
27 set 2009
Etica, Politica, Societa e Cultura No Comments
(seque dal post precedente “Scrigno dell’ego 1: eutanasia vera libertà?”)
Passo ora a delle domande a chi è in qualche modo favorevole all’eutanasia e spesso accusa i credenti di “ingerenza” nella laica società. Bene: parliamo di laicità; Le domande sono laiche e richiedono risposte laiche:
- Per quale ragione tutelare la vita dal “concepimento alla morte naturale” non dovrebbe o non potrebbe essere un valore eminentemente laico, del tutto slegato da presupposti religiosi?
- Perché dovrei auto censurarmi (quando gli altri non lo fanno) in favore di una libertà altrui, per la quale la questione stessa se sia o no vera libertà è, in verità, l’essenza stessa del dibattito?
- Perché dovrei concorrere con la mia inerzia o disinteresse mettendo da parte la mia coscienza (è questo che viene di fatto chiesto al credente – di mettere da parte le proprie convinzioni religiose ossia la propria coscienza) e facilitare di fatto un processo socio-politico-giuridico che ritengo in realtà non solo moralmente e profondamente sbagliato e ma anche dannoso per la libertà mia e di tutti?
- in che modo una ipotetica eutanasia socialmente accettata interferisce sulle scelte degli altri? (vedi il “modello mimetico” di Renè Girard). Chi mi garantisce che non diventi una comoda “scappatoia” per liberarsi di malati soli di cui nessuno vuole occuparsi? Come fa intendere il successivo punto 5 i “protocolli” non bastano. Chi mi garantisce che non si riproponga lo schema “trascinamento” che è già accaduto ovunque con l’aborto? Ossia: vengono prima presentati dei “casi estremi” per colpire l’opinione pubblica e per rendere “accettabile” ciò che in principio è ripugnante; poi invece, con gli anni diventa semplice scelta individuale in cui nessuno può mettere bocca; risultato: oggi l’aborto è usato come semplice arbitrio, si pretende di farlo a casa per conto proprio (vedi pillola abortiva) e, ancora peggio lo si usa come pratica eugenica (se il feto ha delle malformazioni o malattie genetiche lo si elimina). Ma all’inizio non si parlava solo degli aborti clandestini? Non c’è qualcosa che non va in questo “maccanismo mass-mediatico di lungo periodo”? Perchè non sarebbe giusto rifletterci?
- In questi giorni 100 medici canadesi hanno scritto una lettera aperta indirizzata al Collegio di medicina, che deve pronunciarsi in quel paese sulla così detta “dolce morte”. Cosa si risponde a queste parole?
“Ci saranno sempre, nella nostra società, persone affette da malattie terminali o degenerative severe, che vedono sopraggiungere complicazioni e che pur beneficiando di molti supporti e molte cure, vorrebbero mettere fine ai loro giorni in un certo momento e in un certo luogo, e che non sono capaci di farlo da soli… è principalmente la voce di queste persone, che rappresentano un piccolo numero di individui, a chiedere la depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito. Queste persone devono essere ascoltate e aiutate a trovare un senso alla vita che resta, piuttosto che a trovare scorciatoie verso la morte”. L’esperienza dei Paesi avventuratisi su questa strada “dimostra infatti che le pratiche diventano ingestibili, malgrado la messa in atto di controlli e di bilanciamenti: i protocolli non sono rispettati, il consenso non è ottenuto, la pressione delle famiglie difficile da gestire. E persone che non l’hanno chiesto vengono messe a morte”
Quale è il vero problema?
La “libertà di scelta” oppure che “abbiamo smarrito il senso della vita”?
Il primo, dicono, è un problema legale di cui lo stato può occuparsi. Il secondo, non può essere argomento di cui lo stato può occuparsi legiferando, perché riguarda la sfera del singolo (morale, religiosa etc…) e quindi non dovrebbe entrare nel dibattito pubblico. Il principio è anche giusto.
Eppure c’è un fatto che sfugge e non si vuole proprio affrontare: che la scelta del “singolo” non è indifferente per gli altri. Influisce sugli altri, come ci mostra il modello mimetico di Girard e altri fatti antropologici. La legge crea cultura, crea modi di pensare, e l’uomo tende a imitarli;
Che piaccia o no l’uomo gregario tende a concepire come moralmente accettabile ciò che è legalmente concesso, questo perché non tutti hanno una regola morale propria salda e incrollabilmente indipendente dagli altri: solo pochi convinti ce l’hanno, e molti iniziano a porsi certe domane solo quando la vita li pone di fronte alla drammaticità della sofferenza; e a volte neanche una salda convinzione religiosa o personale rimane sempre così salda di fronte a certe debolezze o sofferenze.
In sostanza non si può impedire alla legge di fare una scelta morale su certi temi, perché sia che la legge conceda sia che vieti certi fatti (l’eutanasia, l’aborto etc..) comunque si genera un humus e un senso morale condiviso, che a sua volta influenzerà le scelte dei singoli nel futuro a venire.
Ora mi chiedo chi tutela dunque il debole? E’ veramente tutelata la nostra libertà? Vale più la libertà di vivere o quella di morire?
Cosa è più scandaloso: che chi vuole “eutanasarsi” venga lasciato in vita pur sofferente nostro malgrado (la cui sofferenza è peraltro da nessuno voluta, sempre esistita e mai eliminabile totalmente) oppure che una persona desiderosa di cure venga “indotta” a fare o subire una scelta di morte?
PS: nel prossimo, terzo e ultimo post, svelerò con una poesia il senso di “Scrigno dell’ego”.
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