Salutisticamene schiavi

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Il solito “autorevole” studio, quasi sempre chissà perché proveniente dal mondo britannico o anglosassone, sentenzia che il matrimonio fa bene!

E giù titoli di giornale a iosa: Il matrimonio fa bene alla salute[1], Il matrimonio caccia ansia e depressione[2], Se mi sposi mi salvi[3], Nuovo studio, il matrimonio fa bene e altre scempiaggini simili. Non è lo studio in se stupido, ma l’uso mediatico, sociale e sociologico che viene fatto con questi titoli e con questo “pensare collettivo”.

Quale è il punto? Il punto è che l’uomo moderno, anzi post-moderno, l’uomo del post-umano [4], rifiuta, non coglie, o ha smarrito il problema del senso di se stesso: in questo ambito anche il rapporto con la propria corporeità ne viene inesorabilmente affetto; l’unica preoccupazione possibile, quando si è eliminata ogni prospettiva trascendente, è per la salute, per il proprio benessere, per il proprio corpo; in una parola: salutismo; ecco quindi che anche una esperienza che dovrebbe coinvolgere l’uomo nella sua interezza, come ad esempio quella del matrimonio, viene ridotta e trattata a qualcosa che “fa bene alla salute”. Come una pillola per il mal di testa, o contro il diabete. Questo è il messaggio sociologico e antropologico che viene veicolato da questa letteratura giornalistica e pseudo-scientifica alla quale la scienza con le sue “ricerche” si presta ad alimentare, volente o no.

Nessun pensiero è neutro: veicola sempre una visione del mondo, un’ antropologia che “dice” quale è il posto dell’uomo nell’universo e nel mondo di cui fa parte. Ogni visione è, infondo, una visione religiosa, intendendo con questo termine il presupposto ontologico che sottende a ogni pensiero: più o meno esplicito che sia. E’ la risposta alle domande esistenziali di fondo.

I meccanismo mediatico è ancora più perverso: come un sistema dinamico con retroazione positiva [6], esso si autoalimenta e si autoamplifica. L’informazione mediatica va a “riempire” il bisogno disperato del post-umano con lo speudo-senso della corpo-dipendenza; essa alimenta e fa aumentare questa percezione di bisogno nelle masse e ne amplifica la richiesta e il “bisogno”; questa a sua volta fomenta e alimenta il bisogno di “ricerche scientifiche” in certi ambiti, veicolano ingenti fondi pubblici in certe ricerche piuttosto che in altre, le quali vanno a creare nuova informazione mediatica che va a colmare e ad alimentare quel bisogno inconscio, quindi nuovi medicinali per certe cure e così via…. e così il sistema retroattivamente cresce e si sviluppa: ma fino a quando?
Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con i propri nomi: schiavitù. Fino a quando potremo sopportarla? Se il sistema è retroattivamente positivo, come un microfono tenuto troppo vicino alle casse, prima o poi o lo si allontana, o si sfondano i timpani…
Oggi la “ricerca” parlerà del matrimonio, domani del fare un figlio (o del non farlo!), dopodomani il mangiare cavoli o grandi quantità di curry [5] o del fare un certo tipo di ginnastica. Non importa quanto vere, false, gonfiate, attendibili, raccontate bene o male, in mala o buona fede siano queste ricerche. Tali preoccupazioni fanno in realtà aumentare l’impressione che le malattie e il malessere non diminuiscono, anzi. Il punto è che in questa spasmodica ricerca del benessere, per il corpo e la psiche mediaticamente veicolata, non fa che andare incontro a un bisogno dell’uomo post-umano di cercare disperatamente: “cosa potrà salvarmi”? La dittatura della tecnoscienza pretende di darci una risposta, ma che risulta sempre effimera e parziale. Non possiamo sfuggire: abbiamo bisogno della salvezza. La cerchiamo. Sempre. E’ un fatto, non un idea.
“La bellezza salverà il mondo” afferma il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij. Ma cosa è questa bellezza?

Nel prossimo post pubblicherò una poesia su questo argomento e queste domande.

[1] www.newsfood.com
[2] www.romagnaoggi.it
[3] italiasalute.leonardo.it
[4] Postumano

[5] Tantasalute.it
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Retroazione

2 Comments (+add yours?)

  1. mariagrazia
    19 gen 2010 @ 14:59:19

    vorrei porre questa domanda: abbiamo bisogno di salvarci da qualcosa? forse da questo mondo orrendo e malvaggio? da questo non ci salveremo mai. allora forse è meglio accettare la realtà come appare e prendere ciò che cè di buono. il buono c'è ma non si vede!!! bisogna cercarlo

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  2. Fabrizio Sebastiani
    23 gen 2010 @ 17:35:48

    Abbiamo bisogno di salvarci dal male, dall'ingiustizia, dalla solitudine, dalla corruzione, dalla morte. Tutte cose sempre presenti nella storia, ma alle quali non ci rassegnamo mai (e perchè?). Il mondo "orrendo e malvagio" appartiene a una visione antropologica di fondo intrinsecamente e irrimediabilemente pessimistica sull'uomo. Il mondo non è malvagio di per se, ma lo sarebbe perché l'uomo lo renderebbe tale.

    La tua proposta di "cercare ciò che è buono" può essere intesa in due modi: una, come un "accontentarsi di quello che ti passa il convento": non coincide proprio con un ottimismo e una visione di salvezza (non da qualcosa, ma in quanto tale), ed è infondo una rassegnazione. L'altra, quando invece è un autentica ricerca, allora è diverso ed è già di per se un "programma" e un desiderio concreto di salvezza.

    E' vero che il buono c'è e non lo vediamo. E perché non lo vediamo? Come mai invece il male ci è sempre così evidente? Questo fatto dovrebbe farci pensare che il male e il bene non sono simmetriche. E' la realtà intrinseca che è ostile, oppure è la nostra visione del mondo che ce lo fa apparire in un certo modo?

    L'uomo deve rassegnarsi ad essere un produttore eterno di male come di bene (a seconda dei capricci) secondo uno schema indifferentista o fatalista, oppure può sperare concretamente in qualcosa di più grande? Quest'ultima, penso, sia infondo la salvezza, anche se meramente a un primo livello concettuale.

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