Profezia animalista, 50%

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Parlando nel corridoio con una amica e collega di lavoro, molto sensibile ai diritti degli animali (non so se ama definirsi animalista, ma preferisco non affibbiare etichette, se non ne sono certo) abbiamo parlato delle galline ovaiole, costrette in batteria in minuscole gabbie, della disumanità di questa cosa, del fatto che questa tecniche dal 2012 saranno illegali come da Direttiva Europea, del problema del cibo sano oggi etc…

Mi ha poi inviato questo link della lega antivivisezione, una delle associazioni animaliste più attive e radicali: http://www.lav.it/index.php?id=384.

Il tema è interessante, degno senz’altro di attenzione. Mette in luce il bisogno dell’uomo moderno di una maggiore veracità e genuinità di ciò che mangia. Ma non solo: i diritti per gli animali non sono da condannare tout-court necessariamente come una ideologia, nonostante a volte diventi in effetti un ideologia.

Tenere in considerazione la sofferenza degli animali, è anche segno di una sensibilità umana verso la natura. Se gli animali sono quegli esseri più simili a noi, che più ci assomigliano, essere sensibili alle loro sofferenze ci fa più umani. Infatti non siamo sensibili allo stesso modo verso la sofferenza animale: un cane agonizzante per strada non ci suscita la stessa empatia di una mosca cui è strata strappata un’ala o una cavalletta morente. Probabilmente il primo lo curiamo, la seconda la schiacciamo o la ignoriamo. La sensibilità che abbiamo verso gli animali, dunque non è neutra, ma antropocentrica: è la loro somiglianza e vicinanza a noi e alla nostra vita, che ci suscita maggiore sensibilità. In generale la gente comune ama di più le api degli scarafaggi. Non è un caso. Ne è la prova il fatto che la gran parte delle battaglie animaliste sono a favore di mammiferi e animali che sono biologicamente, antropologicamente, funzionalmente “vicini” all’uomo. Nessun animale è sensibile alla sofferenza degli altri animali e a quella dell’uomo allo stesso modo dell’uomo. Solo l’uomo, in virtù del proprio essere spirituale, è sensibile alla sofferenza in questo modo. Preservare e essere attenti alla sofferenza animale ci fa dunque più umani, in un modo speciale. Al contrario una eventuale attenzione o sensibilità di un animale verso la sofferenza di un proprio simile o di un uomo (pensiamo a un rapporto cane-cane o la simbiosi cane-uomo) non lo fa più “animale” di quanto non lo sia già, se mai lo fa più simile a un uomo. E’ inoltre significativo come il tema della sofferenza sia cruciale in questo schema.

E’ però anche necessario non mettere il “diritto” dell’animale al di sopra del diritto degli uomini. Bisogna ricordare che produrre tante uova (o tanta carne, o tanta verdura…) a basso costo fa si che sia possibile produrre grandi quantità di proteine e sostanze utili per tanta gente in questo mondo. Se possiamo sfamare tanta gente senza depauperare il patrimonio naturale è anche grazie a questo e alla rivoluzione verde che a partire dagli anni ’60 ha quadruplicato la produttività dei raccolti senza bisogno di aumentare la quantità di terra arata: abbiamo usato, si, diserbati, ormoni e concimi chimici… ma non avevamo forse il dovere di farlo?

E’ anche vero che però nei paesi ricchi si mangia troppo, le calorie non mancano e anzi andiamo in palestra per smaltire! Quindi mettere davanti a questo il diritto dell’animale a viviere un po’ più dignitosamente non è affatto sbagliato. Anzi direi che è un segno di virtù e di povertà spirituale. Una volta tanto do ragione agli animalisti. Ciò che invece non funziona nel loro schema ideologico, sono certi presupposti antropologici per cui viene messa da parte la dignità umana a favore di quella animale. E’ la conseguenza di un pessimismo, se non un odio dichiarato, verso l’uomo che è visto sempre e solo come il grande cattivo. Questo non contribuisce a preservare veramente la natura, perché il custode della natura è sempre e comunque l’uomo, e se l’uomo è solo cattivo allora anche la natura non avrebbe speranza. Non accetto questo pessimismo di fondo sull’uomo, perché lo ritengo anche ideologicamente pericoloso. E’ facile verificare come molti animalisti (ma non voglio generalizzare) siano in genere favorevoli a politiche anti-nataliste, pro-aborto, pro-eutanasia: come è possibile che una così grande sensibilità verso gli animali li porta a un odio e a un pessimismo così radicale verso l’uomo? Questa è una ideologia pericolosa. Il problema non è come guardiamo alla natura o agli animali, ma di come guardiamo all’uomo.


Chi è dunque l’uomo, e quale è il suo posto nell’universo e nel mondo?

In base a come rispondiamo a questa domanda, tutte le altre questioni e risposte ne sono una conseguenza, compresi i diritti degli animali. E’ la questione antropologica.

In un paese povero dove c’è poco cibo, non condannerei troppo le galline in batteria per sfamare la gente. La cosa drammatica e ironica è che nei paesi affamati questo non accade, perchè tipicamente le galline, se ci sono, sono ancora dentro pollai vecchio stile. Nei paesi ricchi e opulenti invece, ci sono queste orrende betterie, eccome! E’ questa una contraddizione del nostro tempo sulla quale dobbiamo riflettere. Di questi argomenti non vedo traccia nei siti animalisti.

Il messaggio di questi animalisti devo dire allo stesso tempo ha una componente profetica e un’altra decisamente pessimistico-distruttiva. Accetto la prima; rigetto con forza la seconda.

D’ora in poi farò caso anche io al codice stampigliato sulle uova, ma non perché ritengo il diritto della gallina sopra ogni cosa, ma perché ritengo di vivere in un paese ricco e opulento dove il cibo, proteine e calorie in circolazione sono già troppe e dove quindi un po’ di rispetto anche alla gallina sia dovuto, e che il valore di questo rispetto è in realtà segno di un rispetto verso noi stessi e verso la natura. O meglio vero il Creato.

Dunque non comprerò più quelle con il “CODICE 3″ e invito i miei lettori a fare altrettanto:

leggete il link della LAV

2 Comments (+add yours?)

  1. Massimiliano
    08 gen 2010 @ 13:57:04

    Ciao Fabri,
    a margine delle tue coniderazioni, ti segnalo una pubblicità recente che mi ha molto colpito: si vedono, nel loro sacco amniotico, il feto di un elefante, poi di un delfino, poi di cuccioli di cane, e fanno molta tenerezza, e lo spot si conclude con lo slogan che la ditta in questione (non ricordo se produce auto, non vedo spesso la tv) vuole salvaguardare l'ambiente. Sono sicuro che tutti gli ambientalisti (e non solo loro) si inteneriranno guardando quei cuccioli nel sacco amniotico, ed apprezzeranno l'iniziativa della ditta. Quello che è grottesco, però, è che non accadrebbe la stessa cosa se, dopo aver mostrato feti umani, si annunciasse la volontà di "preservarli" da eventuali aborti. Perchè dunque "fa pena" il cucciolo animale e muove a battaglia persone sensibili, le quali poi non hanno la stessa sensibilità verso i "cuccioli" umani? Non siamo forse in presenza di condizionamenti culturali forti (ambiente è trend, aborto è trend)che ogni tanto mostrano le loro stridenti contraddizioni? O forse lottare per l'ambiente è tutto sommato meno impegnativo di accollarsi le responsabilità di crescere un figlio imprevisto? Ma se pensiamo al bene dei cuccioli, non ne segue necessariamente che dobbiamo prenderci a cuore, e soprattutto, anche quelli della nostra stessa specie?

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  2. Fabrizio Sebastiani
    08 gen 2010 @ 18:28:08

    Condivido, in genere quello che dici.

    Ma se "lottare per l'ambiente è tutto sommato è meno impegnativo di accollarsi le responsabilità di crescere un figlio imprevisto ci andrei cauto: sono problemi a livelli diversi. Il primo investe la persona e il singolo, con la sua vita anche affettiva quindi padre-figlio o madre-figlia. La seconda è un problema collettivo che riguarda la relazione uomo-natura. Non credo che il secondo sia un "riparo" per il primo e non credo che le due cose siano collegate.

    Il problema ambientale è un problema che "si impone" e come tale va risolto. Quello riproduttivo da un senso di "potere" per cui grazie alla tecnoscenza l'uomo si sente più potente di dominare la vita.

    Nel primo caso,quello ambientale, l'uomo tende a voler affrontare il problema con umiltà perchè vede che il problema stesso "è più grande di lui" e che la biosfera è, dopotutto, la sua casa. Nel secondo invece, quello della manipolazione della vita, intravede uno strumento di potenza (o onnipotenza?), e allora è più spregiudicato.

    Vedremo quali saranno le conseguenze, dell'uno e dell'altro approccio nel lungo periodo.

    Grazie per le tue osservazioni.

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