Linguaggio umano e culture
29 set 2006
Esperienze Personali, Pseudoscienza, Societa e Cultura No Comments

Ieri sera sono andato All’ Autitorium di Roma a vedere uno “spettacolo” (o meglio sarebbe dire il monologo) di Piergiorgio Odiffredi, “Che cosa è la logica?”
Si è parlato di Logos, del Vangelo di S. Giovanni, del Linguaggio e analisi logica, dei filosofi greci, di Tarsky, di Godel, dei paradossi logici, e di mille altre cose. Nonostante fosse un monologo e il tema certo non facile, che richiedeva un buon livello culturale per essere apprezzato, la gente non si è annoiata, io almeno non mi sono annoiato; le numerose domande finali, dopo ben due ore, penso lo abbiamo dimostrato. Complice, certo, anche una certa loquacità e simpatia del personaggio. Il prezzo era accessibilissimo: 5 € e la sala gremitissima, addirittura la gente era in piedi oppure seduta per terra.
Odiffredi ha grandi doti divulgative: prima di stamattina, quando incuriosito sono andato in giro su internet per sapere sul personaggio, pensavo fosse un attore appassionato a temi matematico-filosofici mentre invece è un professore in matematica, ma con straordinarie doti comunicative. Una preziosssima rarità !
Una delle cose che più mi ha colpito è il discorso sulla differenza dei linguaggi naturali: il greco, essendo una lingua basata sui verbi sarebbe “orientata alle azioni” mentre le nostre lingue occidentali sono basate sui sostantivi, quindi “orientate alle cose”. Questo inciderebbe su moltissimi fronti: non solo la difficoltà di traduzione, ma la difficoltà di rappresentare e comprendere certi processi mentali. In sostanza: la lingua che tu parli (quella madre, si intende) forgia il tuo pensiero, il tuo modo di usare la mente, i tuoi schemi celebrali. E ne consegue che certi concetti sono più o meno accessibili a seconda di quale è la tua lingua.
In sintesi: dimmi che lingua hai imparato da bambino e di dirò chi sei.
Ad esempio i filosofi “continentali” (europei) inistono molto sul verbo “essere” e disquisiscono a non finire su questo (già Dio si rivolge a Mosè dicendo “Io sono colui che è”) e ricamano su questa parola infiniti concetti, fino a scrivere interi trattati (Erich Fromm non a caso era tedesco, la lingua che più delle altre è “verbalmente” orientata al greco). Questo è possibile perchè queste lingue hanno declinazioni complesse del verbo essere, che includono tutte quelle sfumature di significato che vengono analizzate.
I filosofi “analitici“, di madre lingua inglese, possono usare solo “be” e “being” e quando si vanno a tradurre alcune frasi, risultano assolutamente incomprensibili se non ridicole. Quindi i loro schemi filosofici si distinguono da quelli continentali, e non li riconoscono (sarebbe meglio dire non li comprendono veramente).
Questo aspetto della lingua che influenza il pensiero è estrremamente affascinante; in realtà è soggetto a effetto di retroazione: la lingua anche si evolve nel tempo in base al pensiero e a sua volta influenza il pensiero…
Aggiungo una personale considerazione: se tutto questo avviene già fra lingue e culture occidentali, cosa dire di altre lingue-culture, come l’arabo, il cinese, il persiano, quelle indiane, etc… ? Esse avranno chissà quali e complesse diversità: se riconoscessimo queste diversità potremmo conoscere meglio le differenze fra le varie culture. E sicuramente potremmo rispettarle, e rispettarci, di più.
Bisogna proprio imparare l’arabo, il cinese, l’indiano per poter dire di conoscere davvero queste altre culture ?
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