Libertà e felicità
13 feb 2010
Filosofia, Politica, Societa e Cultura Felicità, Filosofia, Libertà, Politica 4 Comments
Vendere un qualcosa con lo slogan della libertà è sempre un buon affare. Ma a cosa serve la libertà?
A essere più felici, dicono. Se la società e le leggi ci offrono più possibilità, ovvero ventagli di scelta quanto più ampi, allora dovremmo essere più felici. Dicono.
Una società più libera sarebbe tale tanto più è ampio il numero di “scelte” che l’individuo può fare: che rapporto c’è fra (questo tipo di) libertà e la felicità?
Siamo tutti d’accordo che la tirannia, il regolismo, la violazione della dignità umana, mortificano la nostra libertà e di conseguenza anche la nostra felicità.
Ma davvero più libertà di scelta ci da sempre e comunque, ipso facto più felicità? Se si, da quali dati sarebbe dimostrato? Se no, ha senso allora invocare sempre più libertà intesa come “avere maggiori possibilità ti scelta”? E che cosa allora ci rende davvero più felici?
Avere più scelte (o averne troppe) non può aumentare il disagio, lo stress e l’incertezza dovuto proprio alla scelta? Ovvero: serve davvero avere più scelte se poi non coltiviamo i parametri per poter effettuare certe scelte?
Il pensiero liberale radicale risponde a questa domanda asserendo che la legge (dello Stato) dovrebbe occuparsi di ampliare questo ventaglio di scelte mentre invece i criteri per orientare queste scelte debbono essere obiettivo del singolo, coltivando le propria filosofie, religione, etc…. In questo modo, dicono, saremo tutti più felici. Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Risposta: le scelte del singolo non sarebbero (o non dovrebbero essere) influenzate dalle scelte degli altri; l’uomo è visto come essere non gregario, un individuo senza relazioni in cui le scelte degli altri non lo influenzano mai. Purtroppo non è così: non tutte le persone e non in ogni circostanza sono così indipendenti o hanno voglia di esserlo in tutto e anzi la mancanza di dipendenza li fa sentire più soli, e più infelici. Pensare diversamente è segno di una falsa antropologia umana, perché non sorretta dalla realtà concreta e reale, ma solo idealizzata su ciò che si vorrebbe che l’uomo fosse (cioè sempre forte, indipendente e senza condizionamenti di nessun altro) e non su ciò che è veramente è (a volte debole, influenzabile, indifeso, non sempre sicuro di se).
La libertà intesa come “maggiore scelta” non rischia forse di essere poco rispettosa per quelle persone che, a causa dei loro limiti personali, intellettuali, culturali, si trovano in seria e imbarazzante difficoltà di dover fare una certa scelta? Insomma qualcuno potrebbe “non voler fare una scelta” ma potrebbe sentirsi più rassicurato e più felice se la collettività si fa carico di una certa scelta che egli non vuole prendere. Se a qualcuno questo ragionamento puzza di paternalismo, mi mostri piuttosto in che modo si può dimostrare, dati alla mano, che le società così dette “più libere” sono anche le più felici. Implicherebbe un poter “misurare” la felicità: ma si può fare?
“maggiori scelte”=”più libertà”=”più felicità”
E’ indubbio che nel corso dei secoli abbiamo sempre più guadagnato “libertà di scelta”, ma allora perché siamo sempre infelici come lo eravamo un tempo? L’uomo di oggi è veramente più felice di uno del medioevo? La domanda non è così innocente e semplice e la risposta non è così scontata. Oggi ad esempio i dipendenti sono “obbligati” a lavorare 8 ore al giorno. E nessuno si sognerebbe che non debba essere così. Chi si rifiuta può essere licenziato, indipendentemente dal lavoro svolto. Nel medioevo il contadino mezzadro rendeva si conto al padrone o al suo signore, ma lo faceva solo alla fine dell’anno con la raccolta: era impensabile che il signore obbligasse il contadino ad alzarsi ad un certo orario o lavorare in certi momenti o a controllare cosa facesse durante la giornata. Forse oggi un contadino del medioevo, con i suoi parametri, vedendo gli operai nelle moderne fabbriche o uffici, li vederebbe come massa di schiavi e penserebbe forse, che infondo infondo lui è più libero.
La felicità, non è un valore, ma uno stato: esso dipende invece dai valori, dipende cioè da che cosa è veramente importante nella nostra vita. Se percepiamo che nella nostra vita stiamo soddisfacendo l’esigenza dei nostri valori, allora siamo felici. Altrimenti siamo meno felici. La felicità, infondo, è dare senso a quello che facciamo. Dare senso alle scelte che facciamo.
E cosa c’entra questo con la libertà? Infondo c’entra perché siccome l’uomo moderno percepisce la libertà di scelta come un valore, allora si sente più felice se ha maggiore libertà. Tuttavia questo modo di concepire la libertà, impone di fatto delle scelte (in un senso o nell’altro) anche a chi avrebbe fatto volentieri a meno di scegliere. Con conseguente autocontraddizione: per essere più liberi, alcuni vengono resi meno felici.
Io, per esempio, potrei non volere il diritto di scegliere l’eutanasia, perché temo di poter fare una scelta sbagliata in un momento di debolezza mia o di sofferenza per i miei familiari. Come si concilia questa “libertà di scelta” con la mia felicità di oggi?
E ancora: in una società plurale, dove i valori possono essere diversi, come si può legiferare con un sistema inteso come bene comune in modo da non mortificare la felicità di qualcuno?
Sento di avere molte domande e poche risposte: sono confuso, tante cose non mi tornano…. e voi, vi sentite così sicuri con certi dogmi in stile moderno?
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mariagrazia
16 feb 2010 @ 15:11:29
riguardo all'equazione più scelte=più libertà=più felicità sono d'accordo ma toglierei la felicità che non è necessariamente connessa alle scelte, sebbene marginalmente può esserne il presupposto. se uno non è libero non è felice, ma non è la libertà l'unico presupposto della felicità. Forse aristotele ci può aiutare: lui dice che la felicità è una attività secondo virtù e la virtù sta nel mezzo, nella medietà tra le passioni che possono essere vissute troppo o poco intensamente. la virtù sta nel mezzo; vivere in questo modo ci fa essere buoni e vivere bene. se si volesse sposare questa tesi si potrebbe dire di educare le persone alla virtù perchè vivano come persone buone e stiano bene, ma la libertà di scelta non può essere esclusa completamente, direi anche naturalmente. l'uomo è fatto per superare i suoi limiti e senza la libertà questo non è possibile.
riguardo all'eutanasia sarebbe utile che si mettessero in campo tutte le possibili informazioni nei diversi casi e tutte quelle necessarie agli interessati ma la scelta spetta a chi è l'oggetto della scelta e non di altri.
Fabrizio Sebastiani
22 feb 2010 @ 08:48:57
Interessante l'osservazione su Artistotele.
Il grosso problema, quasi sempre, è però quando passiamo dalla teoria alla pratica.
Sull'eutanasia pensavo di aver scritto di tutto, ma forse mi sono sbagliato. Quindi ti rispondo nel post successivo "Nazismo di Carnevale".
Cristiano Paris
22 feb 2010 @ 09:04:16
La libertà come la intendo io è la libertà di esprimere le proprie opinioni contro l'establishment politico/culturale (prova a farlo nel Medio Evo).
E' la libertà di denunciare le colpe e le malefatte dell'establishment (prova a farlo nel Medio Evo).
E' la libertà di ottenere giustizia attraverso un sistema di regole non arbitrario cui tutti sono sottoposti (prova a farlo nel Medio Evo).
E' la libertà di praticare le proprie convinzioni, tradizioni e valori morali nel rispetto delle regole di cui sopra (prova a farlo nel Medio Evo).
E' la libertà di autodeterminare la propria vita nel rispetto delle regole di cui sopra (prova a farlo nel Medio Evo).
Fabrizio Sebastiani
22 feb 2010 @ 11:16:14
1,2,5:
questi punti non sussistono nella mentalità medievale, perchè il potere era concepito ancora in senso imperiale, di diritto divino: l'idea stessa di contestare il potere per i propri diritti e il concetto di libertà
nell'autodeterminazione erano estranei alla mentalità medievale. Le dispute e i conflitti avvenivano, ma per altre ragioni.
3: Il tribunale dell'Inquisizione era concepito e accettato proprio come: "sistema di regole non arbitrario cui tutti sono sottoposti". Capisco che è estraneo alla nostra mentalità, ma nel medioevo era così e nessuno lo contestava (anzi!). La polemica "anti-Inquisizione" nasce solo in epoca moderna.
4: Nell'Alto medioevo il diffondersi della Abbazie benedettine e nel Basso Medioevo il movimento spirituale del Francescanesimo rivoluzionarono il cristianesimo in momenti storici diversi. Mi sembra un buon esempio di come fosse possibile "praticare liberamente le proprie convinzioni e aspirazioni" in quanto entrambi questi fenomeni si basavano sulla libera scelta personale. Ovviamente sempre con parametri "altri".
Prova a cancellare i 700 anni di storia che ci separano dal medioevo e ti accorgerai che molte nostre "certezze" cadono (e questo nonostante non scambierei la mia vita con quella di Dante).
E poi, cosa centra tutto questo con la felicità?