Il mito dei «primi cristiani»

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Lastra sepolcrale marmorea nel cimitero di S. Callisto a Roma, sotto il nome della defunta Rufina Irene. III secolo.

Rispondo direttamente a Mauro Pesce su La sindone e la religione dei primi cristiani e a tante altre persone che usano questo mito dei «primi cristiani» allo stesso modo.

E’ anche una risposta indiretta al commento di “Marco, 21 apr 2010 @ 15:54:17” sul mio post Ascensore politicamente corretta.

Un elemento molto ricorrente nelle discussioni che riguardano certi culti e religiosità del cristianesimo, sembrano marchiati con inchiostro indelebile del dogma mitico dei «primi cristiani».

Già, i «primi cristiani»: secondo questo cliché, questo mantra ricorrente, ripescato da molti laici e da tanti credenti a rischio, la Chiesa autentica sarebbe solo quella “degli Apostoli e dei discepoli di Cristo” e dei loro primi con-discepoli, quelli che “hanno creduto senza aver visto”, come ad esempio lo stesso Paolo. Che poi si sarebbe progressivamente “inquinata” mentre si “espandeva” nel paganesimo, che con i suoi influssi, influenze e contaminazioni che ne avrebbero intaccato e corrotto l’autenticità, e l’originaria genuinità. Mentre questa nuova organizzazione assumeva sempre più importanza, influenza politica, etc.. sarebbe venuta meno questa “autenticità” originaria, trasformandosi sempre più in una sorta di sincretismo.

Queste considerazioni non sono, invero, prive di fondamento storico: certamente il cristianesimo è cambiato ed è cambiato mano mano che sociologicamente si espandeva. Eppure potrei portare valanghe di prove storiche che confutano questa visione così semplicistica del fenomeno; ma non è il contesto storiografico che qui voglio affrontare.

Affermare infatti che la vera e autentica Chiesa sarebbe solo quella degli antichi apostoli e discepoli e quindi non ancora istituzionalmente organizzata, implica fare una affermazione non più di carattere storico, ma di carattere spirituale, che nessun documento storico può confermare o smentire; e quindi per affrontarla seriamente dobbiamo rifarci al Vangelo, alle parole e alle promesse di Cristo.

Chiediamoci quindi: questo pregiudizio, questo mito dei primi cristiani non è forse frutto di un pessimismo umano e di una nostra volontà di gettare la spugna su ciò che oggi non ci piace? Si tende infatti spesso a dire “si stava meglio quando si stava peggio”.  E’ il mito del passato, sempre migliore: che però è un modo per non credere nel futuro.

No, mi dispiace: non ci sto. Cristo non ci ha insegnato questo e non ci ha promesso questo.

  1. Ci ha anzitutto promesso la sua presenza per sempre nell’assistenza dello Spirito Santo (Gv 14:16,26; Gv 15,26; Gv 16,7). Fino alla fine dei tempi. Fino alla Nuova Creazione (Mt 28,20). E non ha condizionato questa presenza a nessuna vicenda storico-sociologica che sarebbe potuta accadere.  Non ha detto “Sarò con voi, se fate i bravi”. Ha detto “Sarò con voi” (Mt 28,20). Punto. Questo non lo ha “inventato” Gesù: Dio ha condotto Israele fuori dall’Egitto anche se, nel frattempo, idolatravano altri dei (2Re 18,4).
  2. Cristo ci ha detto che questo Spirito “soffia dove vuole” (Gv 3,8), quindi che non sta a noi decidere come questo soffia nella storia e nelle complesse vicende umane che la attraversano: a noi basta sapere che c’è.
  3. Ci ha detto di saper cogliere “i segni dei tempi” (Mt 16,3), e che quindi il modo di vivere la fede può essere diverso nel tempo. Evidentemente oggi c’è forte voglia di “ritorno” all’essenziale nella fede: questo è certamente un bene e è anche questo un “soffiare” dello Spirito: prendiamo questo fatto come un “segno dei tempi”; ma chiediamoci anche onestamente se sia davvero un sentimento solo di oggi… o non di sempre!? Non era forse anche S. Francesco ad essere animato dallo stesso sentimento? Non era forse anche Domenico di Guzman, Teresa d’Avila e tanti altri? Quello del volersi rinnovare non è forse un sentimento che attraversa i secoli? E non riguarda forse sempre tutto l’uomo?

Affermare che “la vera Chiesa è solo quella protocristiana” mostra di non credere veramente a Cristo, ne al suo Evangelo.

I tifosi del mito dei «primi cristiani» pensano che la Chiesa è credibile se fatta da persone credibili o costellata da “pratiche” credibili; ma questo tipo di credibilità può essere solo fondato sul giudizio degli uomini; e sconfessano così le parole di Cristo, che promette alla Chiesa credibilità fondata nella sua Persona (Gv 15,16). Costoro non credono veramente a Cristo. Ma pazienza! Se sono non credenti, dopo tutto, è normale che non credano al Cristo. Ciò che invece è grave è che molti che si ritengono fedeli e buoni cristiani finiscono con il crederci anche loro, conformandosi così a questo mondo (Rm 12,2; 1Pt 1,14). Erano credibili forse gli Apostoli? Rimasti in due gatti, dopo le molte defezioni quando ancora Gesù era fra loro (Gv 6,66) ? Peggio ancora dopo la morte del loro maestro. La Chiesa protocristiana, sociologicamente parlando, fu un autentico fallimento. Da pescatori ignoranti e illetterati, tennero testa a scribi e sacerdoti… (At, 6,10; At 7,54) era questo rispondente ai parametri di “credibilità” dell’epoca? Non direi.

Più che guardare al passato, Gesù Cristo ci indica invece di guardare al futuro con speranza e ottimismo, perché davanti a noi c’è Lui e la Resurrezione Finale.

Chi insiste tanto sul questo mito, vuole in realtà far passare l’idea che la Chiesa di Cristo non esiste più, che è perduta per sempre. Siccome il passato non ritorna, ne consegue che non avrebbe senso credere alla Chiesa. Cercano di farci credere che la fede cristiana, se pure è stata credibile in passato, oggi non lo sarebbe più. Ma Cristo ha assicurato che il matrimonio fra Lui e la Chiesa è per sempre. Lo Sposo e la Sposa sono inseparabili (Gv 3,29; Mt 9,15; Mt 25,1-13; Mc 2,19-20; Lc 5-34-35; 2Cor 11,2; Ap 21,2).

Abbiamo bisogno della Chiesa come di Cristo. Di questa Chiesa. Sempre nuova, sempre da rifare, sempre da cambiare, da rinnovare. Anche noi stessi, non siamo forse da farci sempre nuovi? Sempre da rifare? Sempre da rinnovare? Non è questo il senso del nostro battesimo? Già, la conversione, le penitenze… parole dure alle orecchie umane di sempre. Eppure sono una grazia e una bellezza, per chi le vive nello Spirito. Significative le parole del Papa proprio in questi giorni, in cui la Chiesa sconta mediaticamente lo scotto della pedofilia e delle infedeltà di alcuni suoi ministri:

E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina.

(cfr. Benedetto XVI, omelia 15 aprile 2010)

No, grazie, io non ci casco: chi crede alla Parola, chi crede nella Confessione e nel Perdono dei Peccati, chi crede nell’ Eucarestia, non può bersi questo mito dei «primi cristiani».

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