Comunismo, capitalismo, o nuovo moralismo

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Viviamo in un ambiente moralmente contaminato. Ci sentiamo malati moralmente perché ci siamo abituati a dire qualcosa di diverso da ciò che pensavamo. Abbiamo imparato a non credere in niente, a ignorarci l’un l’altro, a interessarci solo a noi stessi. […] Dobbiamo vedere questa eredità come un peccato che abbiamo commesso contro noi stessi. […] Se capiamo questo, la speranza tornerà nei nostri cuori”.

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Caro Occidente…

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Caro Occidente,

Il mondo diventa sempre più piccolo. Sei andato sulla luna, hai inventato internet; ti eri illuso che il progresso avrebbe prima o poi portato libertà e democrazia anche in quei paesi dove non c’era.

Con questa illusione, e sulla scia della “caduta del muro” hai chiuso gli occhi davanti alla protesta di Tienanmen.

Ti eri illuso che il libero mercato fosse portatore anche nei tuoi valori più nobili; sarebbe solo stata questione di tempo: il liberismo economico avrebbe portato anche libertà religiosa, democrazia, diritti umani: hai dato priorità al denaro rispetto ai valori. Non ne vedi oggi le conseguenze? More

Polverone: cominciamo male con la superstizione

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Lazio. Meno male che non ha vinto l’iperabortista Bonino.

Ma cominciamo comunque male.

Renata Polveniri ha (inaspettatamente) vinto. E giustamente festeggia. Capisco la tensione delle ultime ore; Capisco che una campagna elettorale accumula tensione, stress, passione, adrenalina. E che quindi si festeggi intensamente, anche lasciandoci andare un po: va bene quindi l’inno di mameli, e va bene pure “la società dei magnaccioni”. Va bene pure l’uscita sui cornetti portafortuna….

Mi pare faccia una grave confusione fra i cornetti e Dio; Magari dovrebbe tornare al primo anno di catechismo  per capire che affidarsi alla logica del secondo non è tanto assimilabile alla logica dei primi.

Qualcuno potrà dire: meglio la borsa piena di amuleti che di tangenti. Peccato però che le due cose non siano mutuamente esclusive.

Abbiamo chiuso con un presidente del Lazio che andava a trans e sniffava coca. (mio post “Buon inizio, Piero Marrazzo”)

Ora invece apriamo con una che confonde Dio con i cornetti portafortuna e vuole farci pure credere che si affida coerentemente a tutti e due.

Buona fortuna, Reglione Lazio.

Radice quarta di Europa

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Un mio amico, che ha la passione vignette, rebus, giochi di parole, mi ha mostrato questo:

tentando di risolverlo ho proposto “radice crociata di italia”. Poi mi è stato svelato che era “radici cristiane dell’italia = ?”. Cioè le “radici cristiane” sarebbero una espressione artificiale e da polemica politica. E come prevedibile, dall’indovinello, si è passati a un tema politico.

E così ho raccolto la provocazione, ma mi sono permesso di prenderla un po’ alla larga. More

Nazismo di Carnevale

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Rispondo al commento di Blogger mariagrazia al post precedente sotto forma di lettera aperta a un ipotetico “Amico”. Pensavo di aver detto quasi tutto sull’eutanasia in questo blog, tanti sono stati i post che ne hanno trattato. Ma evidentemente manca dell’altro.

* * *

Caro Amico, visto che è da poco finito il Carnevale, eccoti una mia storiella:

Il male, mascherato da Pulcinella,
dopo aver devastato la casa,
una volta smascherato,
esce dalla porta.

Ma poi,

mentre stiàmo ben attenti in giro
che non ci sìano maschere di Pulcinella
che girano sospette intorno alla casa,

e mentre celebriamo gloriose
“Giornate della Memoria
della Cacciata del Male
mascherato da Pulcinella”
per ricordare e insegnare ai
nostri figli quanto sìano davvero
pericolose le persone
mascherate da Pulcinella,

ecco che il male è già rientrato dalla finestra,
e, vestito da Arlecchino, gioca indisturbato con i nostri figli.

* * *

Ieri mi hai scritto che:

riguardo all’eutanasia sarebbe utile che si mettessero in campo tutte le possibili informazioni nei diversi casi e tutte quelle necessarie agli interessati ma la scelta spetta a chi è l’oggetto della scelta e non di altri.

Provo a tradurre queste tue parole così:

(1) difronte alla sofferenza e alla disperazione, ciò che la società è in grado di farsi carico è “dare tutte le possibili informazioni”. Come un efficiente sportello informazioni. E poi lasciare la “libera” scelta al singolo.

(ma è oggetto o soggetto?).

Si tratta del solito cliché “libertario” per cui il singolo che sceglie da solo e per se “non sbaglia mai”. Ma qui succede qualcosa di nuovo: con la sua “libera” scelta mette improvvisamente “a posto” la coscienza di tutti. Chi infatti si interrogherà sulla propria coscienza se il malato ha “deciso liberamente”?

un’altra via potrebbe essere invece:

(2) difronte alla sofferenza e alla disperazione, ciò che la società deve farsi carico è alleviare la sofferenza e aiutare i malati a dare un senso alla vita;

Secondo te, quali delle due società, è più “umana”?

E’ ovvio che la seconda strada è più costosa; sia economicamente che emotivamente; ma infondo riconosciamo che è la seconda strada sarebbe quella “giusta”, che tutti desideriamo. Perchè allora non si dibatte tanto animatamente se dare o no e come assistenza ai malati? Ho un forte sospetto: che la prima strada tanto declamata dai teorici della libertà sia un modo comodo e subdolo di evitare la seconda strada.

Sento già che mi stai per obiettare che si può certamente “offrire” tutte e due le cose, e che anzi il farle entrambe sarebbe veramente segno di una “vera società civile”.

Mi chiedo però: se già oggi la “libera morte” non è ammessa, e ci sono già schiere di malati che chiedono disperatamente aiuto e non lo hanno, come potremo pensare che tale assistenza sarà migliore nel momento in cui a queste orde di malati viene prima di tutto “offerta” la possibilità di farsi da parte? Non c’è qualcosa che non va in questo meccanismo?

Prova vivente è il caso Crisafulli e famiglia, proprio di questi giorni. Chiedevano disperatamente aiuto allo Stato. Che non è arrivato. E adesso vogliono andare in Belgio a praticare l’eutanasia: cosa è dunque che provoca quel desiderio di morte? Una vera e libera scelta, oppure la disperazione di sentirsi abbandonati (non solo lui, ma la famiglia e chi gli sta intorno?).
E pensare che lo stesso Crisafulli, “tornato” dallo stato vegetativo, aveva scritto a Beppino Engaro, implorandolo di non far togliere la vita a Eluana, perchè lui era un testimone vivente: sentiva “tutto” quando i medici dicevano che era una foglia di insalata, e ci ha raccontato in quale disperazione fosse per non poter far nulla per dire “sono vivo!” .

Se perfino la famiglia Crisafulli è arrivata a questo, dobbiamo davvero riflettere. Che cioè la richiesta di morte è causata da una mancanza di impegno, di relazione, da parte di chi invece sta bene e potrebbe fare qualcosa. Cioè “noi”, lo “Stato”, la “Società Civile”.

Io penso che è giusto che sia chi sta bene ed è in buona salute che è chiamato a fare “scelte difficili”, ovvero non abbandonare il sofferente; non possiamo scaricare la responsabilità su chi sta male ed è disperato, rimettendoci solo alla sua “libertà”; perché questo equivale, moralmente a dire “veditela tu”, “il tuo problema non mi interessa”.

Dobbiamo seriamente riflettere su tutto questo. Se non sappiamo più individuare il debole e il sofferente e venire incontro alle sofferenze del nostro fratello, diventeremo una società sempre più inumana, in un baratro di progressiva emarginazione dell’ handicappato, del debole, del piccolo, dell’anziano, del sofferente, del malato…

Amico, credimi: penso di non esagerare se dico che sta tornando di moda il nazismo: con la pratica dell’eugenetica, oggi ampiamente praticata, della soppressione e l’eliminazione dell’inadatto, del non desiderato, del più debole e indifeso;

E in alcuni casi avremo si avrà anche il coraggio di dire che lo abbiamo fatto “rispettando” la sua libertà. Che lo abbiamo fatto per “pietà”. Forse sarà bene ricordare che anche i nazisti invocavano un senso di “pietà” quanto facevano esperimenti sui malati di mente; e molti credevano che quelle idee si basavano su teorie che erano “scientificamente” dimostrate (in realtà darwinismo sociale).

L’unica differenza è che oggi non c’è un Hitler a capo di tutto questo; non c’è un volto di questa ideologia; non c’è un nome “nazismo”; perché la società post-moderna è “liquida”: abbiamo ideologie senza avere gli ideòlogi; tutto ci appare fatto in nome della democrazia; e siccome ci hanno insegnato che tutto ciò che è democratico è giusto e buono (e guai a chi discute questo dogma-tabù!!), ecco che la coscienza si assopisce ancora di più. E’ questa è la società del post-umano, in cui certe ideologie non provengono da un “centro” ma hanno molti “centri” e nessun volto. Quando avremo preso coscienza del bàratro in cui ci stiamo infilando, non avremo nessuno cui fare un processo: non ci saranno altri Norimberga; ma nel frattempo molti saranno stati soppressi in nome della falsa libertà e della falsa pietà.

Non mi fraintendere, ti prego: non ti sto dando del nazista; ma ricordiamoci che il nazismo ebbe il supporto “silenzioso” e “ingenuo” di molti che tacquero, pur non essendo nazisti e che si fecero convincere almeno in parte dalla propaganda e assopirono così le loro coscienze: è difficile dire quale sia stata la responsabilità (colpa) oggettiva di queste persone; a loro scusa c’è il fatto che furono plagiate; senza voler giudicarle, possiamo comunque dire che di fatto quello che è accaduto lo è stato anche grazie a questo meccanismo perverso.

La stesso meccanismo infatti accade oggi in TV dove tutto è sempre proclamato in nome della “libertà” e della “democrazia”. Peccato che non tutto viene raccontato come veramente è.
Nessuno dice ad esempio quale è la prima cosa che i malati e le loro famiglie in quelle condizioni chiedono: “aiuto”,”assistenza”, “amore”. Chiedono relazione. Solo quando queste cose gli vengono negate, allora chiedono la morte. Non a caso le associazioni dei malati insorsero dopo la “sentenza Englaro”. Perchè?

Però il messaggio che arriva alla gente è un’altro: che ci sìano orde di malati “costretti” a soffrire che chiedono solo di morire e che aspettano un nostro gesto di “pietà” e di “clemenza”. Il che può anche essere vero, ma alla fine ciò che viene trasmesso è una distorsione della realtà.

Forse sarebbe istruttivo rivedere certi filmati di propaganda nazista e di come invocassero lo stesso “senso di pietà” nei riguardi delle loro vittime innocenti; questo avveniva con abili mistificazioni di mezze verità e mezze bugie: le bugie credibili infatti non sono mai bugie al 100%, altrimenti verrebbero subito riconosciute e non ci crederebbe nessuno.

Forse dovremmo smettere un attimo di contare il numero di ebrei morti nei campi di concentramento e dare una occhiata nel nostro “giardino” di oggi; e dare così un senso a quei morti della storia e alle nostre tanto celebrate “Giornate della Memoria” (per carità, sacrosante!).

E allora non sarà importante solo celebrare le Giornate della Cacciata del Male mascherato da Pulcinella, ma saperlo riconoscere anche quanto gioca dentro casa indisturbato, vestito da Arlecchino.

PS: Nel frattempo, sempre in nome della libertà, dalla solita Olanda, una proposta per legalizzare il suicidio medicalmente assistito per tutti gli ultrasettantenni che ne faccian richiesta”
con tanto di “professioni deditate al fine vita, formata da infermieri specializzati, psicologi e religiosi”. Il grave rotola sempre più rapido giù dal piano inclinato; Arlecchino si comincia a far sentire. Qualcuno se ne è accorto?

Libertà e felicità

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Vendere un qualcosa con lo slogan della libertà è sempre un buon affare. Ma a cosa serve la libertà?

A essere più felici, dicono. Se la società e le leggi ci offrono più possibilità, ovvero ventagli di scelta quanto più ampi, allora dovremmo essere più felici. Dicono.

Una società più libera sarebbe tale tanto più è ampio il numero di “scelte” che l’individuo può fare: che rapporto c’è fra (questo tipo di) libertà e la felicità?

Siamo tutti d’accordo che la tirannia, il regolismo, la violazione della dignità umana, mortificano la nostra libertà e di conseguenza anche la nostra felicità.

Ma davvero più libertà di scelta ci da sempre e comunque, ipso facto più felicità? Se si, da quali dati sarebbe dimostrato? Se no, ha senso allora invocare sempre più libertà intesa come “avere maggiori possibilità ti scelta”? E che cosa allora ci rende davvero più felici?

Avere più scelte (o averne troppe) non può aumentare il disagio, lo stress e l’incertezza dovuto proprio alla scelta? Ovvero: serve davvero avere più scelte se poi non coltiviamo i parametri per poter effettuare certe scelte?

Il pensiero liberale radicale risponde a questa domanda asserendo che la legge (dello Stato) dovrebbe occuparsi di ampliare questo ventaglio di scelte mentre invece i criteri per orientare queste scelte debbono essere obiettivo del singolo, coltivando le propria filosofie, religione, etc…. In questo modo, dicono, saremo tutti più felici. Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Risposta: le scelte del singolo non sarebbero (o non dovrebbero essere) influenzate dalle scelte degli altri; l’uomo è visto come essere non gregario, un individuo senza relazioni in cui le scelte degli altri non lo influenzano mai. Purtroppo non è così: non tutte le persone e non in ogni circostanza sono così indipendenti o hanno voglia di esserlo in tutto e anzi la mancanza di dipendenza li fa sentire più soli, e più infelici. Pensare diversamente è segno di una falsa antropologia umana, perché non sorretta dalla realtà concreta e reale, ma solo idealizzata su ciò che si vorrebbe che l’uomo fosse (cioè sempre forte, indipendente e senza condizionamenti di nessun altro) e non su ciò che è veramente è (a volte debole, influenzabile, indifeso, non sempre sicuro di se).

La libertà intesa come “maggiore scelta” non rischia forse di essere poco rispettosa per quelle persone che, a causa dei loro limiti personali, intellettuali, culturali, si trovano in seria e imbarazzante difficoltà di dover fare una certa scelta? Insomma qualcuno potrebbe “non voler fare una scelta” ma potrebbe sentirsi più rassicurato e più felice se la collettività si fa carico di una certa scelta che egli non vuole prendere. Se a qualcuno questo ragionamento puzza di paternalismo, mi mostri piuttosto in che modo si può dimostrare, dati alla mano, che le società così dette “più libere” sono anche le più felici. Implicherebbe un poter “misurare” la felicità: ma si può fare?

Chi difende i “diritti” di queste persone? Nessuno mi pare: non certo i paladini della moderna libertà che ci vendono continuamente il dogma per cui:

“maggiori scelte”=”più libertà”=”più felicità”

E’ indubbio che nel corso dei secoli abbiamo sempre più guadagnato “libertà di scelta”, ma allora perché siamo sempre infelici come lo eravamo un tempo? L’uomo di oggi è veramente più felice di uno del medioevo? La domanda non è così innocente e semplice e la risposta non è così scontata. Oggi ad esempio i dipendenti sono “obbligati” a lavorare 8 ore al giorno. E nessuno si sognerebbe che non debba essere così. Chi si rifiuta può essere licenziato, indipendentemente dal lavoro svolto. Nel medioevo il contadino mezzadro rendeva si conto al padrone o al suo signore, ma lo faceva solo alla fine dell’anno con la raccolta: era impensabile che il signore obbligasse il contadino ad alzarsi ad un certo orario o lavorare in certi momenti o a controllare cosa facesse durante la giornata. Forse oggi un contadino del medioevo, con i suoi parametri, vedendo gli operai nelle moderne fabbriche o uffici, li vederebbe come massa di schiavi e penserebbe forse, che infondo infondo lui è più libero.

La felicità, non è un valore, ma uno stato: esso dipende invece dai valori, dipende cioè da che cosa è veramente importante nella nostra vita. Se percepiamo che nella nostra vita stiamo soddisfacendo l’esigenza dei nostri valori, allora siamo felici. Altrimenti siamo meno felici. La felicità, infondo, è dare senso a quello che facciamo. Dare senso alle scelte che facciamo.

E cosa c’entra questo con la libertà? Infondo c’entra perché siccome l’uomo moderno percepisce la libertà di scelta come un valore, allora si sente più felice se ha maggiore libertà. Tuttavia questo modo di concepire la libertà, impone di fatto delle scelte (in un senso o nell’altro) anche a chi avrebbe fatto volentieri a meno di scegliere. Con conseguente autocontraddizione: per essere più liberi, alcuni vengono resi meno felici.

Io, per esempio, potrei non volere il diritto di scegliere l’eutanasia, perché temo di poter fare una scelta sbagliata in un momento di debolezza mia o di sofferenza per i miei familiari. Come si concilia questa “libertà di scelta” con la mia felicità di oggi?

E ancora: in una società plurale, dove i valori possono essere diversi, come si può legiferare con un sistema inteso come bene comune in modo da non mortificare la felicità di qualcuno?

Sento di avere molte domande e poche risposte: sono confuso, tante cose non mi tornano…. e voi, vi sentite così sicuri con certi dogmi in stile moderno?

Forse dovremmo interrogarsi più seriamente su quale è il nesso fra “la felicità” e il “problema del senso”, che evidentemente nessuna legge può risolvere.

Sharia nella laica Europea

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[In] Inghilterra,[..], i tribunali islamici della “Sharia” possono da anni legiferare e giudicare in tema di diritto familiare. E in Germania non pochi verdetti emessi dai tribunali tedeschi citano principi o consuetudini legate al diritto islamico. Ad esempio, un giudice di Dortmund ha stabilito che un padre può picchiare la figlia quindicenne che non vuole indossare il velo; e un altro di Francoforte, sempre facendo riferimento ad un passaggio del Corano, ha stabilito che il marito può picchiare la moglie, “in quanto ambedue sono musulmani”.

(dal Blog di Piero Gheddo, giornalista del PIME).

E’ questa, amici, la “Laica Europa” che tanto ci viene professata e decantata?
Stiamo diventando come l’Arabia Saudita? Perché non ci indignamo di queste sentenze? Perchè non se ne parla? Possibile che la laicità deve essere sempre invocata solo quando si parla di pillole abortive, staminali, eutanasia… insomma solo quando è utile per evitare di argomentare certi temi un po’ scottanti?

La “laicissima” Europa con il solo veto “laicissimo” della “laicissima” Francia, ha rifiutato di inserire nella propria costituzione il riferimento alle radici cristiane, negando così la realtà storica. Nel frattempo i tribunali in Europa, ripeto in Europa, usano la Sharia come fonte di diritto…. qualcosa non mi torna. A Rotterdam, nella liberale olanda, nei cinema ci sono le aree “riservate” alle donne velate. Ragioni di mercato dicono. Mi sento confuso.

Questa contraddizione si spiega solo con il fatto che siamo ipocriti. Vogliamo essere a tutti i costi “politicamente corretti“, per non creare lo “scontro di civiltà” che tanto ci fa paura. E per questo siamo disposti noi stessi a rinunciare ai nostri valori per i quali in Europa sono morte tante persone in passato: lo “scrontro di civiltà” lo abbiamo avuto noi in casa per molti secoli. A partire dalle guerre di religione e continuando anche con ben due guerre mondiali centrare proprio sul continente Europeo. Siamo una società libera perché abbiamo pagato più di ogni altra e a caro prezzo la nostra libertà, con il sangue di tanti nostri avi e in molti secoli. Gli altri non l’hanno fatto, o se volete non gli è capitato. Ma c’è poco da essere relativisti.

Dove finisce la tolleranza del diverso, e dove comincia il far rispettare i principi e i fondamenti di quella “società civile” che con tanta fatica abbiamo costruito ? Possiamo fare a meno di “fondamenti” in nome del relativismo culturale o morale o religioso?

Non venderò il sangue dei miei avi per un piatto di lenticchie, a causa di questa smania di “politcamente corretto” traversitita da intellettualismo relativista. Diamo per scontato che ormai la libertà di cui godiamo è “data”, e che quindi dovrà esistere per sempre. E invece è un tesoro che dobbiamo coltivare gelosamente, altrimenti la pianta appassisce e l’albero si secca. Non mi pare che il relativismo culturale, ormai imperante ovunque, sia un buon concime; anzi mi pare accelleri l’insecchimento.

Temo che, se si continua a ignorare questi problemi, in un futuro non troppo lontano si potrebbero anche creare le condizioni per cui, se la gente viene messa di fronte alla paura, magari in seguito a scontri di piazza e problemi di ordine pubblico, possano esserci reazioni eccessivamente autoritarie anche da parte dei governi in preda a politiche populiste. Ne è la prova il fatto che partiti di estrema destra stanno crescendo velocemente, proprio in Olanda. In Italia la Lega Nord non è da meno.
Un società in preda solo al materialismo e al consumismo ha ormai dimenticato cosa è veramente è, e perché. Ha rinunziato al bene comune, centrando tutto sui presunti “diritti dell’individuo” e del singolo: una ideologia ormai presente ovunque dove tutto è immolato sull’altare dell’individualismo. Si è rilassata nel facile relativismo, che infondo è immobilismo. Ha rinunziato a se stessa. Forse deve perderla di nuovo questa libertà, per capire davvero quanto era importante?

Profezia animalista, 50%

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Parlando nel corridoio con una amica e collega di lavoro, molto sensibile ai diritti degli animali (non so se ama definirsi animalista, ma preferisco non affibbiare etichette, se non ne sono certo) abbiamo parlato delle galline ovaiole, costrette in batteria in minuscole gabbie, della disumanità di questa cosa, del fatto che questa tecniche dal 2012 saranno illegali come da Direttiva Europea, del problema del cibo sano oggi etc…

Mi ha poi inviato questo link della lega antivivisezione, una delle associazioni animaliste più attive e radicali: http://www.lav.it/index.php?id=384.

Il tema è interessante, degno senz’altro di attenzione. Mette in luce il bisogno dell’uomo moderno di una maggiore veracità e genuinità di ciò che mangia. Ma non solo: i diritti per gli animali non sono da condannare tout-court necessariamente come una ideologia, nonostante a volte diventi in effetti un ideologia.

Tenere in considerazione la sofferenza degli animali, è anche segno di una sensibilità umana verso la natura. Se gli animali sono quegli esseri più simili a noi, che più ci assomigliano, essere sensibili alle loro sofferenze ci fa più umani. Infatti non siamo sensibili allo stesso modo verso la sofferenza animale: un cane agonizzante per strada non ci suscita la stessa empatia di una mosca cui è strata strappata un’ala o una cavalletta morente. Probabilmente il primo lo curiamo, la seconda la schiacciamo o la ignoriamo. La sensibilità che abbiamo verso gli animali, dunque non è neutra, ma antropocentrica: è la loro somiglianza e vicinanza a noi e alla nostra vita, che ci suscita maggiore sensibilità. In generale la gente comune ama di più le api degli scarafaggi. Non è un caso. Ne è la prova il fatto che la gran parte delle battaglie animaliste sono a favore di mammiferi e animali che sono biologicamente, antropologicamente, funzionalmente “vicini” all’uomo. Nessun animale è sensibile alla sofferenza degli altri animali e a quella dell’uomo allo stesso modo dell’uomo. Solo l’uomo, in virtù del proprio essere spirituale, è sensibile alla sofferenza in questo modo. Preservare e essere attenti alla sofferenza animale ci fa dunque più umani, in un modo speciale. Al contrario una eventuale attenzione o sensibilità di un animale verso la sofferenza di un proprio simile o di un uomo (pensiamo a un rapporto cane-cane o la simbiosi cane-uomo) non lo fa più “animale” di quanto non lo sia già, se mai lo fa più simile a un uomo. E’ inoltre significativo come il tema della sofferenza sia cruciale in questo schema.

E’ però anche necessario non mettere il “diritto” dell’animale al di sopra del diritto degli uomini. Bisogna ricordare che produrre tante uova (o tanta carne, o tanta verdura…) a basso costo fa si che sia possibile produrre grandi quantità di proteine e sostanze utili per tanta gente in questo mondo. Se possiamo sfamare tanta gente senza depauperare il patrimonio naturale è anche grazie a questo e alla rivoluzione verde che a partire dagli anni ‘60 ha quadruplicato la produttività dei raccolti senza bisogno di aumentare la quantità di terra arata: abbiamo usato, si, diserbati, ormoni e concimi chimici… ma non avevamo forse il dovere di farlo?

E’ anche vero che però nei paesi ricchi si mangia troppo, le calorie non mancano e anzi andiamo in palestra per smaltire! Quindi mettere davanti a questo il diritto dell’animale a viviere un po’ più dignitosamente non è affatto sbagliato. Anzi direi che è un segno di virtù e di povertà spirituale. Una volta tanto do ragione agli animalisti. Ciò che invece non funziona nel loro schema ideologico, sono certi presupposti antropologici per cui viene messa da parte la dignità umana a favore di quella animale. E’ la conseguenza di un pessimismo, se non un odio dichiarato, verso l’uomo che è visto sempre e solo come il grande cattivo. Questo non contribuisce a preservare veramente la natura, perché il custode della natura è sempre e comunque l’uomo, e se l’uomo è solo cattivo allora anche la natura non avrebbe speranza. Non accetto questo pessimismo di fondo sull’uomo, perché lo ritengo anche ideologicamente pericoloso. E’ facile verificare come molti animalisti (ma non voglio generalizzare) siano in genere favorevoli a politiche anti-nataliste, pro-aborto, pro-eutanasia: come è possibile che una così grande sensibilità verso gli animali li porta a un odio e a un pessimismo così radicale verso l’uomo? Questa è una ideologia pericolosa. Il problema non è come guardiamo alla natura o agli animali, ma di come guardiamo all’uomo.


Chi è dunque l’uomo, e quale è il suo posto nell’universo e nel mondo?

In base a come rispondiamo a questa domanda, tutte le altre questioni e risposte ne sono una conseguenza, compresi i diritti degli animali. E’ la questione antropologica.

In un paese povero dove c’è poco cibo, non condannerei troppo le galline in batteria per sfamare la gente. La cosa drammatica e ironica è che nei paesi affamati questo non accade, perchè tipicamente le galline, se ci sono, sono ancora dentro pollai vecchio stile. Nei paesi ricchi e opulenti invece, ci sono queste orrende betterie, eccome! E’ questa una contraddizione del nostro tempo sulla quale dobbiamo riflettere. Di questi argomenti non vedo traccia nei siti animalisti.

Il messaggio di questi animalisti devo dire allo stesso tempo ha una componente profetica e un’altra decisamente pessimistico-distruttiva. Accetto la prima; rigetto con forza la seconda.

D’ora in poi farò caso anche io al codice stampigliato sulle uova, ma non perché ritengo il diritto della gallina sopra ogni cosa, ma perché ritengo di vivere in un paese ricco e opulento dove il cibo, proteine e calorie in circolazione sono già troppe e dove quindi un po’ di rispetto anche alla gallina sia dovuto, e che il valore di questo rispetto è in realtà segno di un rispetto verso noi stessi e verso la natura. O meglio vero il Creato.

Dunque non comprerò più quelle con il “CODICE 3″ e invito i miei lettori a fare altrettanto:

leggete il link della LAV

Entropia Svizzera

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La Svizzera, paese di splendidi paesaggi da sogno, orologi a cucù e ottimo formaggio emmental… Magari!

Tutti riportano questi giorni la notizia che la Svizzera ha detto no alla “invasione islamica” con i referendum contro la costruzione di minareti [1] [2] [3]. Risveglio spirituale della vecchia Europa? Magari! Che con questi segnali si voglia dare un messaggio di riscoperta le proprie “radici cristiane?”. Macchè! A me, che pure sono molto critico verso l’islam e soprattutto verso un certa islamofilia nostrana, pare solo sterile e pericolosa islamofobia e intolleranza verso la religione. O semplicemente paura. Così non ci dimostriamo migliori dei mussulmani nei loro paesi. Non bastava una semplice norma urbanistica per limitarne l’altezza, come si fa con ogni edificio? Potevano. Ma hanno voluto fare un referendum, che indicherà nientemeno che in costituzione il divieto di edificare minareti: siamo alla frutta. E allora ecco che il significato vero non è certo di tipo meramente urbanistico.

Ma… ma… pochi dicono che insieme a quel referendum ce ne era un’altro per la fine della esportazione di armi (di cui la svizzera è grande produttore-esportatore): che invece non è passato. Ma guarda un po’! Gli svizzeri evidentemente hanno paura di intaccare il proprio PIL (=Prodotto Ipocrita Lordo).

Trovo infatti la Svizzera un paese estremamente ipocrita: accanto a giardini, natura incontamintata, perfetta e declamata efficienza, tanto che si erge (o è additato) a modello di convivenza, civiltà, democrazia, ecologia, vedo invece tanta immondizia, nascosta abilmente sotto il tappeto.

La svizzera è un paese che è “ordinato” perchè trasferisce la propria entropia altrove: con il reciclaggio legalizzato delle sue banche, con l’esportazione di armi e altre furbate di questo tipo garantisce un lauto benessere ai propri abitanti che pagano pochissime tasse e ottengono moltissimo dallo stato: ci credo che rispettano alla lettera ogni regola e pagano ogni tassa! Ci credo che se ne facciano anche un vanto, specie con i “sudisti” italiani. Così lo stato sostiene “democraticamente” questo sistema ipocrita che si permette pure di farsi bello agli occhi del mondo. Se poi negli altri paesi si evadono le tasse e si comprano armi in quantità, questi sono affari loro. Legalmente, tanto, non fa una piega.

E’ stato sempre così per la Svizzera: fin dalla storia dell’oro nazista estorto o depositato dagli ebrei nelle loro banche, che nessuno ha più richiesto, hanno sempre guadagnato dalle disgrazie altrui o dalle esigenze di ricconi con pochi scrupoli da altri paesi; e come paese neutrale è sempre stato protetto un po’ da tutti perchè faceva comodo a molti, per molte e inconfessabili ragioni.

Eh no! Gli svizzeri hanno poco di che vantarsi dei loro quattro Cantoni. Dubito che con meno minareti saranno davvero un po’ più cristiani; inizino a interrogarsi sulla coscienza del proprio paese; non lo faranno finchè tutti continueranno nell’adulazione “ma che bel paese-modello proprio perfetto!”. Cari svizzeri: non sareste questo bel paese, se non ci fosse tanto marcio nel mondo.

Preferisco l’Italia, che avrà pure tanti difetti, ma almeno non li nasconde sotto il tappeto. Viva l’Italia!!

[1] Il Tempo.
[2] Il Giornale.
[3] Il Corriere.

Vive la laïcité!

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Ecco il mio post che avevo promesso, e preparato da tempo.

Va molto di moda riempirsi bocca della parola laicità, il dogma che deve essere condiviso da tutti. Senza eccezioni. Ciò che stupisce è che tutti si dicono laici, ma ognuno a modo suo. Senza entrare nella polemica laicità vs laicismo, mi pare di capire che ci sono in giro due modi di concepire la laicità:

(1) Secondo alcuni essere laici vuol dire opporsi in ambito pubblico al pensiero religioso. Se una proposta viene dal mondo religioso (che però è più fico chiamare clericale) allora questa non può avere lo stesso diritto di cittadinanza di tutte le altre idee: questo in quanto il pensiero religioso deve essere per definizione relegato nell’ambito delle scelte personali e non può e non deve trovare spazio in un ambito pubblico (=ovvero politico, da polis). La laicità e la religiosità sono due concetti antitetici e non conciliabili. Lo stato laico dovrebbe, in ambito religioso, al massimo preoccuparsi di consentire a tutti di praticare liberamente la proprie convinzioni religiose, purché esse rimangano in quell’ambito ristretto della pratica personale e non diventi dibattito o argomento pubblico.

(2) Secondo altri essere laici vuol dire dare la stessa dignità tanto al pensiero religioso quanto a quello non religioso, senza fare distinzione fra di essi. Tutti i pensieri possono avere lo spazio e la dignità se le persone che lo propongono rispettano le regole democratiche e i fondamenti di una società che è, appunto laica e che si confronta su tutti i temi con delle regole proprie e indipendenti non solo dal credo religioso, ma da qualunque altro schema prefissato. Ne consegue che uno stato laico può accogliere regole e fondamenti che sono provenienti tanto dal mondo religioso così come da quello non credente creando così un humus comune per di una società plurale. Questo humus viene generato secondo la dialettica politica esprimendo con le leggi ciò che si è attinto dalle varie istanze ideali, religiose o no che siano.

Sono due modi contrapposti di intendere la laicità: sui giornali e nei vari dibattiti viene usata a volte nell’una a volte nell’altra accezione. Fate attenzione a quale si tratta, per non farvi fregare dalla disinformazione e da un uso strumentale che finisce per logorare il senso delle parole, quando vengono usate troppo e con troppi significati.

Intanto pongo qualche domanda provocatoria:

  1. Come mai quando alcune posizioni politiche che sono di estrazione dal mondo “religioso” e che però sono largamente condivise (ad esempio appello alla carità verso gli immigrati) non fanno quasi notizia e soprattutto nessuno protesta di “idebita ingerenza nello stato laico”? Come mai questa “ingerenza” si materializza misteriosamente solo su certi argomenti e non su altri? Non sarà perché certe idee non piacciono?
  2. In che modo la (1) si concilia con il rispetto di tutte le idee e della democrazia ?
  3. La definizione (1) non è forse un comodo escamotage per sottrarsi al dibattito inerente il merito delle questioni sollevate? E’ molto comodo evitare di affrontare le questioni nel merito con la semplice scusa che quel pensiero non può essere dibattuto in quanto all’origine c’è un approccio religioso. Non è un modo per non affrontare certe domande imbarazzanti? Perché sottrarsi a un confronto piuttosto di rispondere con argomenti concreti nel merito?
  4. Non è che, forse, sotto sotto la (1) cova un pregiudizio secondo il quale il pensiero religioso sarebbe per definizione aprioristicamente irrazionale e che non abbia nulla di buono da offrire a chi credente non è?
  5. In che modo un credente potrebbe contribuire allo spazio politico pubblico se gli viene negato il diritto di contribuire secondo le sensibilità che sono lui proprie? Al credente (e solo a lui!) viene dunque chiesto di mettere la parte le proprie idee e convinzioni: ma chi porterebbe avanti delle idee che non condivide e non sente come sue?

E voi come vi sentite laici ?

P.S: a non tutti piace riconoscere che il primo a inciderci di moderna laicità fu una figura storica singolare e abbastanza fuori dagli schemi con il suo “date a Cesare quel che è di Cesare….”; a pensarci bene la laicità ce l’ha trasmessa una persona che di laico non aveva proprio niente.

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