Il mondo di Occam è una impronta di Dio

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Dio non è una ipotesi necessaria: è bello averne piena consapevolezza. Ci si può “accontentare” di molto meno; non ritengo  questo schema irrazionale o irragionevole.

E però è anche sorprendente come sia possibile un sistema di pensiero altrettanto razionale (non razionalista), in cui Dio è compreso. In esso ho scorto tesori ineffabili e sempre nuovi. More

Il mondo di Hawking è il nostro

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Stephen Hawking

Stephen Hawking, fisico teorico stimato e conosciuto al grande pubblico per libri divulgativi di successo [6], ha scritto un libro che sta facendo parlare in questi giorni [1] [2] [3] [4]: si chiama “The Grand Design” e pare che affermi che Dio non esiste. Non esprimo giudizi di merito perchè non ho letto il libro. More

Al sig. Paolo Attivissimo (e ai suoi tanti fun)

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Seguo sempre con interesse e stima il suo blog, il suo lavoro, il suo impegno contro le bufale e in favore di una ragione seria contro le pseudoscienze, tanto che il link figura nei blogroll di questo blog. Le auguro per questo il miglior successo e i migliori frutti.

Nel suo recente post “Si può morire di antiscienza a sedici anni?” racconta la triste vicenda di Clara Palomba e altre, che muoiono a causa di mancate cure mediche per essersi affidati a santoni e ciarlatani.

Riporto i sui giudizi, per altro ampiamente avallati e supportati nei commenti del suo blog da molti suoi lettori:

Ben le sta. Spero sia stata una morte lenta e dolorosa. No, non ho pietà per i morti
Sono troppo incazzato e comunque non sono un ipocrita.
Voi, tutti voi, avete contribuito a uccidere una ragazzina di sedici anni. Possa il suo nome perseguitarvi per sempre. Io non vi darò il lusso di dimenticarlo.

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Non rispetto le idee degli altri

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Questo post è lungo; se non volete scandalizzarvi troppo avete due possibilità: non leggerlo affatto :roll: o leggerlo tutto 8-O

Il contrasto di ideeIn questa società politicamente corretta ci viene continuamente ripetuto che bisogna rispettare le idee degli altri. Che se non lo facciamo la società rischia il baratro della violenza. Che se non lo facciamo siamo degli intolleranti, dei fanatici, dei fondamentalisti. Che tutto il male del mondo viene dal mancato rispetto per le idee di chi la pensa diversamente da noi. More

Risposta a Mauro Pesce

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Rispondo ancora a Mauro Pesce, che scrive anche su Micromega, sul blog “Poesia e lo Spirito”, che in particolare in upren commento mi scrive:

Dio è unico, ma inconoscibile, inespriminbile, ineffabile e chi pretende di possederne la verità non fa altro che ridurre la verità universale alla propria prospettiva particolare.

Gentile Mauro Pesce,

Rispetto questa sua personale visione di Dio, ma mi consento di dire che More

Piatto Unico: Socrate vs Pilato

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Dopo l’ Antipasto di Bobbio nel post precedente, passiamo dunque al pranzo vero e proprio: piatto unico.

Il dubbio può essere di due tipi: quello socratico, che spinge verso la ricerca, ricerca per la verità, evidentemente. Poi c’è quello pilatesco, quello che usa il dubbio per affermare che non esiste alcuna verità. E con questa argomentazione, a sua volta, afferma implicitamente una verità: che cioè non esiste alcuna verità More

Antipasto: La morale di Bobbio

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«La morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole».

(Norberto Bobbio)

Queste parole venivano pronunciate spesso nelle lezioni universitarie di Torino di Norberto Bobbio, che è considerato uno dei maggiori intellettuali ed una delle personalità culturali più influenti dell’Italia del ventesimo secolo, un guru del pensiero laico. More

La pipa di Bach

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creatura impastata di terra fangosa e altra acqua, e a null’altro destinata che a spezzarsi a terra prima o poi e a terra ritornare. [tratto da qui]


Questa citazione è di Johan Sebastian Bach, che scrive alla moglie Anna Magdalena una poesiola in riferimento alla sua pipa. Non faceva solo musica il grande compositore, ma rifletteva profondamente sulla vita, sul mondo che lo circondava; “terra fangosa” richiama alla concezione aristotelica dei quattro elementi costituenti tutta la materia: evidentemente ancora a quel tempo si pensava che il legno fosse un mix di terra e acqua. Oggi sappiamo che è un mix di centinaia di atomi diversi e migliaia di molecole, ma il senso di quello che il compositore tedesco vuole dire non cambia.

Che sensazioni, impressioni, riflessioni vi sucita questa osservazione?

Libertà e felicità

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Vendere un qualcosa con lo slogan della libertà è sempre un buon affare. Ma a cosa serve la libertà?

A essere più felici, dicono. Se la società e le leggi ci offrono più possibilità, ovvero ventagli di scelta quanto più ampi, allora dovremmo essere più felici. Dicono.

Una società più libera sarebbe tale tanto più è ampio il numero di “scelte” che l’individuo può fare: che rapporto c’è fra (questo tipo di) libertà e la felicità?

Siamo tutti d’accordo che la tirannia, il regolismo, la violazione della dignità umana, mortificano la nostra libertà e di conseguenza anche la nostra felicità.

Ma davvero più libertà di scelta ci da sempre e comunque, ipso facto più felicità? Se si, da quali dati sarebbe dimostrato? Se no, ha senso allora invocare sempre più libertà intesa come “avere maggiori possibilità ti scelta”? E che cosa allora ci rende davvero più felici?

Avere più scelte (o averne troppe) non può aumentare il disagio, lo stress e l’incertezza dovuto proprio alla scelta? Ovvero: serve davvero avere più scelte se poi non coltiviamo i parametri per poter effettuare certe scelte?

Il pensiero liberale radicale risponde a questa domanda asserendo che la legge (dello Stato) dovrebbe occuparsi di ampliare questo ventaglio di scelte mentre invece i criteri per orientare queste scelte debbono essere obiettivo del singolo, coltivando le propria filosofie, religione, etc…. In questo modo, dicono, saremo tutti più felici. Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Risposta: le scelte del singolo non sarebbero (o non dovrebbero essere) influenzate dalle scelte degli altri; l’uomo è visto come essere non gregario, un individuo senza relazioni in cui le scelte degli altri non lo influenzano mai. Purtroppo non è così: non tutte le persone e non in ogni circostanza sono così indipendenti o hanno voglia di esserlo in tutto e anzi la mancanza di dipendenza li fa sentire più soli, e più infelici. Pensare diversamente è segno di una falsa antropologia umana, perché non sorretta dalla realtà concreta e reale, ma solo idealizzata su ciò che si vorrebbe che l’uomo fosse (cioè sempre forte, indipendente e senza condizionamenti di nessun altro) e non su ciò che è veramente è (a volte debole, influenzabile, indifeso, non sempre sicuro di se).

La libertà intesa come “maggiore scelta” non rischia forse di essere poco rispettosa per quelle persone che, a causa dei loro limiti personali, intellettuali, culturali, si trovano in seria e imbarazzante difficoltà di dover fare una certa scelta? Insomma qualcuno potrebbe “non voler fare una scelta” ma potrebbe sentirsi più rassicurato e più felice se la collettività si fa carico di una certa scelta che egli non vuole prendere. Se a qualcuno questo ragionamento puzza di paternalismo, mi mostri piuttosto in che modo si può dimostrare, dati alla mano, che le società così dette “più libere” sono anche le più felici. Implicherebbe un poter “misurare” la felicità: ma si può fare?

Chi difende i “diritti” di queste persone? Nessuno mi pare: non certo i paladini della moderna libertà che ci vendono continuamente il dogma per cui:

“maggiori scelte”=”più libertà”=”più felicità”

E’ indubbio che nel corso dei secoli abbiamo sempre più guadagnato “libertà di scelta”, ma allora perché siamo sempre infelici come lo eravamo un tempo? L’uomo di oggi è veramente più felice di uno del medioevo? La domanda non è così innocente e semplice e la risposta non è così scontata. Oggi ad esempio i dipendenti sono “obbligati” a lavorare 8 ore al giorno. E nessuno si sognerebbe che non debba essere così. Chi si rifiuta può essere licenziato, indipendentemente dal lavoro svolto. Nel medioevo il contadino mezzadro rendeva si conto al padrone o al suo signore, ma lo faceva solo alla fine dell’anno con la raccolta: era impensabile che il signore obbligasse il contadino ad alzarsi ad un certo orario o lavorare in certi momenti o a controllare cosa facesse durante la giornata. Forse oggi un contadino del medioevo, con i suoi parametri, vedendo gli operai nelle moderne fabbriche o uffici, li vederebbe come massa di schiavi e penserebbe forse, che infondo infondo lui è più libero.

La felicità, non è un valore, ma uno stato: esso dipende invece dai valori, dipende cioè da che cosa è veramente importante nella nostra vita. Se percepiamo che nella nostra vita stiamo soddisfacendo l’esigenza dei nostri valori, allora siamo felici. Altrimenti siamo meno felici. La felicità, infondo, è dare senso a quello che facciamo. Dare senso alle scelte che facciamo.

E cosa c’entra questo con la libertà? Infondo c’entra perché siccome l’uomo moderno percepisce la libertà di scelta come un valore, allora si sente più felice se ha maggiore libertà. Tuttavia questo modo di concepire la libertà, impone di fatto delle scelte (in un senso o nell’altro) anche a chi avrebbe fatto volentieri a meno di scegliere. Con conseguente autocontraddizione: per essere più liberi, alcuni vengono resi meno felici.

Io, per esempio, potrei non volere il diritto di scegliere l’eutanasia, perché temo di poter fare una scelta sbagliata in un momento di debolezza mia o di sofferenza per i miei familiari. Come si concilia questa “libertà di scelta” con la mia felicità di oggi?

E ancora: in una società plurale, dove i valori possono essere diversi, come si può legiferare con un sistema inteso come bene comune in modo da non mortificare la felicità di qualcuno?

Sento di avere molte domande e poche risposte: sono confuso, tante cose non mi tornano…. e voi, vi sentite così sicuri con certi dogmi in stile moderno?

Forse dovremmo interrogarsi più seriamente su quale è il nesso fra “la felicità” e il “problema del senso”, che evidentemente nessuna legge può risolvere.

La lampada filosofica

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“La lampada filosofica”, 1936
di Renè Magritte

ovvero, come (certi) filosofi cercano l’illuminazione dello spirito. Magritte è uno dei miei artisti preferiti. E a voi, cosa comunica questa opera?

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