Triplice essenza (poesia)

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Nell’augurare buone feste ai miei lettori, vi propongo una icona natalizia fuori dai generi e la poesia che avevo anticipato nel precedente post.

Buon Natale! (ma di chi?) e felice 2010!

Per chi fosse curioso sulla lettura simbolica di questa icona orientale, si veda
“NATIVITA’ – di Andrej Rublev” da questo sito

Triplice essenza

Non ho un Corpo;
il mio Corpo sono.

Non ho una Mente;
la mia Mente sono.
Non ho uno Spirito;
il mio Spirito sono.


nel Triplice Amore
la Bellezza che salva,
sovrasta le mie umane fatiche.
Mi trascende imponente.

E nel contemplar si Bellezza Divina,
la pur bestial natura bieca s’arrende
ai miei sensi gioiosi
che nel profondo
rieccheggiano mistici canti
di vita eterna.


Salutisticamene schiavi

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Il solito “autorevole” studio, quasi sempre chissà perché proveniente dal mondo britannico o anglosassone, sentenzia che il matrimonio fa bene!

E giù titoli di giornale a iosa: Il matrimonio fa bene alla salute[1], Il matrimonio caccia ansia e depressione[2], Se mi sposi mi salvi[3], Nuovo studio, il matrimonio fa bene e altre scempiaggini simili. Non è lo studio in se stupido, ma l’uso mediatico, sociale e sociologico che viene fatto con questi titoli e con questo “pensare collettivo”.

Quale è il punto? Il punto è che l’uomo moderno, anzi post-moderno, l’uomo del post-umano [4], rifiuta, non coglie, o ha smarrito il problema del senso di se stesso: in questo ambito anche il rapporto con la propria corporeità ne viene inesorabilmente affetto; l’unica preoccupazione possibile, quando si è eliminata ogni prospettiva trascendente, è per la salute, per il proprio benessere, per il proprio corpo; in una parola: salutismo; ecco quindi che anche una esperienza che dovrebbe coinvolgere l’uomo nella sua interezza, come ad esempio quella del matrimonio, viene ridotta e trattata a qualcosa che “fa bene alla salute”. Come una pillola per il mal di testa, o contro il diabete. Questo è il messaggio sociologico e antropologico che viene veicolato da questa letteratura giornalistica e pseudo-scientifica alla quale la scienza con le sue “ricerche” si presta ad alimentare, volente o no.

Nessun pensiero è neutro: veicola sempre una visione del mondo, un’ antropologia che “dice” quale è il posto dell’uomo nell’universo e nel mondo di cui fa parte. Ogni visione è, infondo, una visione religiosa, intendendo con questo termine il presupposto ontologico che sottende a ogni pensiero: più o meno esplicito che sia. E’ la risposta alle domande esistenziali di fondo.

I meccanismo mediatico è ancora più perverso: come un sistema dinamico con retroazione positiva [6], esso si autoalimenta e si autoamplifica. L’informazione mediatica va a “riempire” il bisogno disperato del post-umano con lo speudo-senso della corpo-dipendenza; essa alimenta e fa aumentare questa percezione di bisogno nelle masse e ne amplifica la richiesta e il “bisogno”; questa a sua volta fomenta e alimenta il bisogno di “ricerche scientifiche” in certi ambiti, veicolano ingenti fondi pubblici in certe ricerche piuttosto che in altre, le quali vanno a creare nuova informazione mediatica che va a colmare e ad alimentare quel bisogno inconscio, quindi nuovi medicinali per certe cure e così via…. e così il sistema retroattivamente cresce e si sviluppa: ma fino a quando?
Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con i propri nomi: schiavitù. Fino a quando potremo sopportarla? Se il sistema è retroattivamente positivo, come un microfono tenuto troppo vicino alle casse, prima o poi o lo si allontana, o si sfondano i timpani…
Oggi la “ricerca” parlerà del matrimonio, domani del fare un figlio (o del non farlo!), dopodomani il mangiare cavoli o grandi quantità di curry [5] o del fare un certo tipo di ginnastica. Non importa quanto vere, false, gonfiate, attendibili, raccontate bene o male, in mala o buona fede siano queste ricerche. Tali preoccupazioni fanno in realtà aumentare l’impressione che le malattie e il malessere non diminuiscono, anzi. Il punto è che in questa spasmodica ricerca del benessere, per il corpo e la psiche mediaticamente veicolata, non fa che andare incontro a un bisogno dell’uomo post-umano di cercare disperatamente: “cosa potrà salvarmi”? La dittatura della tecnoscienza pretende di darci una risposta, ma che risulta sempre effimera e parziale. Non possiamo sfuggire: abbiamo bisogno della salvezza. La cerchiamo. Sempre. E’ un fatto, non un idea.
“La bellezza salverà il mondo” afferma il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij. Ma cosa è questa bellezza?

Nel prossimo post pubblicherò una poesia su questo argomento e queste domande.

[1] www.newsfood.com
[2] www.romagnaoggi.it
[3] italiasalute.leonardo.it
[4] Postumano

[5] Tantasalute.it
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Retroazione

Speranza della città

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Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono.

Nella città vivono – o sopravvivono – persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. E’ un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà. C’è invece in ogni uomo il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto.

La città, siamo tutti noi! Ciascuno contribuisce alla sua vita e al suo clima morale, in bene o in male. Nel cuore di ognuno di noi passa il confine tra il bene e il male e nessuno di noi deve sentirsi in diritto di giudicare gli altri, ma piuttosto ciascuno deve sentire il dovere di migliorare se stesso! I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori”, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri.

Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento dell’aria, che in certi luoghi della città è irrespirabile. E’ vero: ci vuole l’impegno di tutti per rendere più pulita la città. E tuttavia c’è un altro inquinamento, meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso. E’ l’inquinamento dello spirito; è quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia… La città è fatta di volti, ma purtroppo le dinamiche collettive possono farci smarrire la percezione della loro profondità. Vediamo tutto in superficie. Le persone diventano dei corpi, e questi corpi perdono l’anima, diventano cose, oggetti senza volto, scambiabili e consumabili.

Sul ruolo dell’imbruttimento del “sentire comune” causato dai mass-media, mi sento molto in sintonia con queste parole e ne abbiamo parlato più volte in questo blog.

Stavolta non sono parole mie: mi sono limitato a riportare un estratto di un discorso molto inusuale per chi l’ha tenuto, dal linguaggio particolarmente tagliente ed esplicito, tanto da apparirmi stupefacente e sconcertante allo stesso tempo.

Qui ho riportato solo le parti impietose, ma non manca la speranza e non vi dico il suo nome: se siete curiosi di questi due aspetti scropritelo da voi (Google aiuta).