Il dogma della “Libertà di Ricerca”

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Sono intervenuto con il seguente testo sul forum dell’ “ADUC – Salute” sul tema della libertà di ricerca [1] [2]. La prof.sa Cattaneo ha polemizzato sul prestigioso “Nature” riguardo le posizioni Vaticane al solito ritenute contro la ricerca. Forse ha ragione riguardo certi livelli sull’informazione… ma io qui vorrei porre l’attenzione su un’altro aspetto.

I ricercatori adducono “libertà di ricerca” ovvero nessun vincolo di natura etica. Come se l’etica, la politica, la scienza e la ricerca non siano tutte attività umane che debbano rispondere a una qualche unità. Se ci professiamo “uomini etici” allora in qualche modo dobbiamo pur convenire su cosa sia etico e cosa non lo e, e quindi limitare coercitivamente ciò che reputiamo non etico. Se assumiamo che l’etica non debba influenzare scelte sulla ricerca (e lo può fare solo la politica con l’autorità della legge) allora a che serve l’etica? Non sarebbe più onesto che questi ricercatori dichiarassero l’inutilità totale dell’etica? Evidentemente non lo fanno perché hanno paura di essere impopolari e smascherati in ciò che (molti di loro) vogliono veramente fare: ossia quello che gli pare in assoluto, sempre.

Ma andiamo avanti. Questi “ricercatori” difendono a spada tratta l’indipendenza della ricerca dalla politica, dalla religione, dalla filosofia, dalle idee etiche etc… sostenendo che la ricerca “deve andare nella direzione a lei più proficua” in modo libero, secondo le proprie convenienze e libertà, adducendo questo dogma della fantomatica “libertà di ricerca”. Ma da dove viene questa “libertà di ricerca”?

Facciamo un passo indietro: fin dalla nascita della scienza, fare ricerca era relativamente semplice. E non poneva più di tanto questioni etiche. Bastava un buon cervello, molta abilità manuale, genialità personale, un po’ di inventiva. A Galileo sono bastati alcuni piani inclinati, il suo violino, e far cadere dei gravi dalla torre di Pisa. E’ stato così non solo per tutti gli scienziati del ’700 e dell’800 ma ancora Enrico Fermi con il suo “gruppo di via Panisperna” a inizio del secolo scorso si servita per le ricerche sul nucleare di strumenti rudimentali, fatti a mano; andavano per esempio a raffreddare i campioni radiattivi nella fontana del cortile, correndo lungo il corridoio mentre li tenevano nelle mani: cose che a noi sembrano davvero preistoria. I coniugi Curie facevano i propri esperimenti nel garage. Era così anche nella tecnica fino a pochi decenni fa, con il primo computer Apple, che è nato in un garage.

Con queste premesse la libertà di ricerca dello scienziato-ricercatore era certamente maggiore rispetto a oggi, perché le risorse necessarie per fare ricerca erano relativamente a portata di mano. Questo perché la scienza e la ricerca aveva “terreno vergine” in quasi tutti i campi e quindi era relativamente facile progredire.

Oggi non è più così. Per fare ricerca e ottenere risultati importanti servono soldi. Molti soldi. Servono macchine sempre più sofisticate fornite dalle industrie a caro prezzo. Che siano soldi privati o pubblici oggi nessun ricercatore può aspirare in nessun campo a fare scoperte importanti “per conto proprio” secondo le proprie libere scelte, gusti o piaceri personali: semplicemente chi vuole fare carriera si orienta laddove ci sono più fondi, perché li c’è la possibilità di pubblicare di più, di avere onori, fama, carriera, e quant’altro. Ad esempio negli anni ’80 furono spostati fondi ingentissimi soprattutto negli USA per lo studio sull’ AIDS e così in tantissimi si sono messi a studiare in quel campo, a fare pubblicazioni, ricerche e carriere laddove c’era più possibilità di studio. Naturalmente in questi casi nessuno ha sollevato problemi etici, perché non ve ne erano. Ma quanti hanno urlato contro la “libertà di ricerca” che diventava così sempre più dipendente dal denaro? Nele, caso dell’AIDS si trattò di un caso orientato al bene, ma pur sempre di un condizionamento dovuto dalla politica a sua volta influenzato dall’impatto mediatico. Oggi i ricercatori non sono affatto liberi: sono obbligati a fare scienza e ricerca laddove (per svariate ragioni – buone o cattive che possano essere) si concentrano maggiori capitali (pubblici o privati). E’ così nella ricerca spaziale, fisica nucleare, nella medicina e tutti i campi tecnico-scientifici.

La ricerca oggi è schiava del denaro. Questo però non sembra turbare gli scienziati e ricercatori perché infondo hanno bisogno proprio del denaro per fare le proprie ricerche, che altrimenti non farebbero.

Ora mi chiedo: per quale ragione il fatto che la ricerca sia dipendente da ingentissimi interessi economici non desta scandalo come ostacolo alla propria “libertà di ricerca”, mentre invece se l’etica pretende un diritto di prelazione sulla ricerca allora si sollevano così tante proteste? E’ veramente per avere maggiore libertà? O forse si vuole invece continuare ad essere schiavi del denaro e di interessi economici quasi mai pubblicamente chiari? Si parla spesso di “finanziamenti privati” alla ricerca senza però mai che sia chiaro chi effettivamente li tira fuori e soprattutto con quali interessi e obiettivi, veri o dichiarati. E poi… per quale ragione la ricerca non dovrebbe rispondere a criteri etici e/o politici qualora e in particolare venga fatto uso di denaro pubblico? E ancora: se anche il denaro fosse privato, non si dovrebbe comunque renderne conto alla collettività (e quindi all’etica e alla politica) visto che certe scoperte e applicazioni hanno effetti concreti sulla vita di tutti?

Il dogma della “libertà di ricerca” non tiene, perché la ricerca è già schiava dei soldi e ovviamente non gradisce essere sottoposta all’etica che ne incrina i meccannismi e gli interessi. La Chiesa mi sembra assolutamente saggia nel porre questi problemi, e questo al di là della questione (sicuramente esistente anche se propagantistica) sollevata dalla Cattaneo sul problema faziosità dell’informazione, pur esistenti. Cara Cattaneo, della faziosità degli interessi economici, perché nessuno ne parla? E lei cosa ci dice a tal proposito?

Gli scienziati non possono dogmaticamente addurre questa “libertà di ricerca” intesa come “indipendenza dall’etica”, perché è antidemocratica per principio. Bisognerebbe invece discutere su cosa è lecito e cosa non lo è, e soprattutto perché. Ma questo è un campo scivoloso che i ricercatori non vogliono veramente affrontare: la Chiesa invece coraggiosamente invita a farlo, pur esponendo un punto di vista tutto suo (e come non potrebbe essere così?) che meriterebbe di essere messo a confronto con altri sistemi etici, ma non pretendere un non-sistema-etico privo di regole. Ma il dogma che rifiuta ogni etica non ha niente a che vedere con la libertà.

Bisogna però riconosce che la Cattaneo è onesta nel non pretendere una “non-etica” ma almeno riconoscere l’esigenza di essa in senso preminente: ma non mi pare che i colleghi purtroppo la pensino allo stesso modo.
Purtroppo cade nel tranello di strumentalizzare anche Dio, e scrive prolissamente [2]:

“Ho anche la speranza che esista un Dio ben più grande di qualsiasi immaginazione terrena e che non ha bisogno di dogmi per imporsi. Un Dio che lascia liberi gli uomini e le donne di pensare, sperare, amare, gioire, e credere nei modi, nei tempi e nelle forme più diversi. Persone impegnate con la propria coscienza e la propria diversa tensione etica a contribuire ad accrescere, per chi crede, quel dono ricevuto. Un Dio che magari nutre anche un certo amore per la Scienza. Perché, forse, un Dio che vuole tenerci all’oscuro e nella sofferenza non esiste”.

Non è stata una bella uscita mettere in ballo Dio: tutta questa pappardella retorica in pratica dice che ognuno può e deve poter fare quello che vuole, e in nome di Dio! Senza nessun vincolo, contraddicendo se stessa e pure il Vangelo. Infatti non ci dice quali sarebbero questi vincoli. Quel che è peggio è che lo fa adducendo proprio Dio, che invece da comandamenti molti precisi. Parla di dogmi senza sapere cosa siano veramente [3]. Mi chiedo come faccia a definirsi “cristiana” e ancor meno “cattolica” [2]. Ci infila in mezzo Dio (o meglio quell”immagine di Dio che ci piacerebbe che fosse) e si appella alla “libertà di coscienza” come il lasciapassare per fare quello che uno vuole. Sfido la dottoressa Cattaneo a trovare il fondamento di queste sue parole “cristiane” con il Vangelo alla mano (se proprio non vuole usare il Catechismo della Chiesa Cattolica). Dio non ha bisogno di amare la scienza, perché conosce già benissimo le leggi del mondo che ha creato. Dio ama invece infinitamente l’uomo e solo l’uomo, la sua creatura prediletta. Certamente Egli apprezza il nostro sforzo di leggere e capire questo mondo, a patto che questa attività sia orientata all’amore, al bene e alla santità nostra e del prossimo. Dio Padre, poi, non ci vuole certo sadicamente sofferenti. Ma non possiamo dimenticare che ha fatto uso della sofferenza per donarci Cristo, suo unico Figlio, morto in croce e risorto, che ci invita ad abbracciare la croce come segno di santità; Si: il Dio cristiano è un Dio scomodo, perché non possiamo lamentarci delle sofferenze quando Egli stesso non se le è risparmiate neanche per lui. E’ un grande mistero, si, ma mon è sadismo, è realismo: la sofferenza, come diceva Santo Padre Pio di Pietralcina, si può alleviare ma non eliminare.

Gesù diceva che o si adora Dio o si adora Mammona, ossia il denaro, ma non entrambi. Molti uomini di ricerca e di scienza ormai paiono inesorabilmente orientati sulla seconda strada (come la gran parte del mondo) con avidità e poco spirito di servizio vero per l’uomo nella sua interezza. Non sarà il caso della Cattaneo? Chissà… Abbiamo bisogno di nuovo umanesimo per essere davvero liberi: se ci fosse un dibattito su questo si potrebbe arrivare a una qualche forma di etica condivisa, magari diversa da quella che propone la Chiesa, ma che salvaguardi comunque il principio che non si può fare sempre e solo quello che ci pare, perché altrimenti questo favorisce i più forti, i più ricchi a scapito dei più deboli e indifesi, generando ingiustizia.

[1] http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/noti.php?id=241362
[2] http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=43539
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Dogma

Come ti trasformo il defunto in diamante

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Un diamante è per sempre” recitava una pubblicità. Anche i resti dei defunti sono un “ricordo”.
Trasformiamo quindi le ceneri dei defunti cremati in puro diamante e il gioco è fatto. Le ceneri contengono carbonio e questo, trasformato in grafite, può diventare diamante dopo trattamenti fisici ad altissime pressioni. Già da tempo è un processo industriale: molti diamanti di piccola caratura usati in gioielleria o nell’industria vengono in effetti prodotti artificialmente a partire dal carbonio.

“Perchè non farlo quindi con le ceneri dei defunti?” si è chiesta una società di servizi funebri svizzera che offre questo singolare servizio [1]. Non è uno scherzo. E’ proprio vero [2]. Un bel business: al modico prezzo di 15.000 € per carato, una ricca vedova potrà portare al dito il diamante fatto con il corpo del povero marito defunto.

Da un lato la cosa sembra avere un sapore romantico, dall’altro però anche macabro: mi sembra dissacrante proprio del corpo, un tabù che in qualche modo neanche il mondo mediamente miscredente di oggi è riuscito a superare completamente. E’ anche vero però che trasformare la cenere in diamante può anche essere segno di una cura maggiore rispetto a quello di disperdere disordinatamente i resti o di ammucchiarli nei così detti “ossari” dei cimiteri; ha però quel sapore eccessivamente manipolativo che un poco stona con il tema della morte del corpo stesso. Certo che… 15.000 € a carato non è proprio a prezzi popolari.

E’ certo che il rapporto fra i vivi e i corpi dei morti trascende i tempi, le culture, le religioni, fin dalla nascita della civiltà:

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.

da “Dei Sepolcri”, Ugo Foscolo

Perchè?

[1] La notizia.
[2] Brochure della ditta

ONU, AIDS e disinformazione

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Riporto un ANSA relativa alla conferenza ONU sull’ AIDS in Messico dell’8 agosto scorso: [1]

NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO PIU’ COLPITE LE DONNE SPOSATE

Nei Paesi in via di sviluppo sono le donne sposate e monogame le più colpite dal virus Hiv. Secondo il rapporto presentato dall’associazione Population Action International nella conferenza mondiale sull’Aids di Città del Messico, “il matrimonio viene spesso percepito come un fattore di protezione, ma non lo è”. Lo testimonia il fatto che anche i Paesi in cui il numero di nuove infezioni si è ridotto, la maggior parte di esse avviene adesso tra le donne sposate e monogame”. Accade per esempio in Cambogia, dove quella da marito a moglie è la principale modalità di trasmissione del virus Hiv, responsabile di due quinti delle nuove infezioni. Il problema, rileva l’indagine, è che “l’uso del condom continua ad essere molto poco diffuso nelle coppie sposate e con i partner fissi”, mentre “resta associato a infedeltà o prostituzione. E un recente studio del programma sull’Aids delle Nazioni Unite (Unaids) ha calcolato che il 90% delle donne sieropositive sono state infettate dal marito”. Nei Paesi più poveri le conseguenze di questi comportamenti trasformano il sesso non protetto nel secondo fattore di rischio per la salute delle donne e la quinta causa di morte. Una situazione tanto più grave considerando che, sempre nei Paesi in via di sviluppo, si calcola che nei prossimi dieci anni ben cento milioni di giovani si sposeranno prima di compiere 18 anni.

Il teorema che l’ONU e i mezzi di (dis)informazione ci propongono più o meno come messaggio è il seguente. Facciamo attenzione al sottile linguaggio e i toni che vengono usati:

  1. Per prevenire l’AIDS bisogna usare il preservativo anche all’interno di coppie sposate o stabili. Questo viene esplicitamente identificato come “il problema” rivelato dall’indagine.
  2. L’infedeltà e la pratica di prostitute invece non sarebbe “la causa” ma solo “resta associato a..” come a dire che il motivo per cui molte donne vengono infettate dal marito/compagno non è che questo (poverino!) è infedele e frequenta prostitute, ma questa sarebbe solo una caratteristica contingente e secondaria in quanto “associata a…“.
  3. La conclusione cui si vuole arrivare è che uno dei problemi dell’ AIDS è il matrimonio (in particolare di giovani coppie) visto che 100 milioni di nuovi matrimoni sono previsti, avremo 100 milioni di persone a rischio. Senza dubbio un grande allarme!

Vi sembra scientifico e obiettivo tutto questo? A me no:

  1. Come si fa a proporre a una coppia stabile (sposata o no) di usare il preservativo perché l’altro partner potrebbe tradirlo? Non è una pressione psicologica mostruosa? Se una coppia vuole usare il preservativo per motivi suoi lo faccia pure, ma pretendere che questa sia una politica di massa contro la diffusione dell’AIDS a tutela della salute della donna con un partner stabile mi sembra violento e ingiusto perché mina il rapporto di intimità fra la coppia. Chi di voi avrebbe il coraggio di dire al proprio partner: “senti ti amo tanto, ma siccome l’ONU valuta rischioso il rapporto non protetto, bisogna che usiamo il preservativo comunque perché tu potresti tradirmi con qualcuno infettato”. Non stiamo parlando di una persona qualunque incontrata per caso… ma del proprio partner fisso, marito/moglie o compagno/a! Se certe politiche anti-AIDS sulle quali ci si accanisce falliscono, non mi pare difficile capire perché. Altra domanda: come si fa a pensare solo teoricamente che una donna possa usare o avere accesso al preservativo, in certi posti o villaggi remoti e poverissimi dove un pugno di frumento per sfamare se stessi e i propri bambini è un autentico sogno? E questo dovrebbe accadere proprio nei paesi poveri a maggiore diffusione di AIDS! In queste condizioni se anche l’ONU mi facesse piovere i preservativi in testa, io me li venderei per dar da mangiare ai miei figli (sempre che qualcuno li compri!). Ci aveva visto bene Madre Teresa di Calcutta che insegnava ai poveri il metodi naturali (e gratuiti!) per il controllo della fertilità, ma la cosa evidentemente non interessa molto alle case farmaceutiche ne all’ ONU. Per fortuna alcuni paesi, come l’Uganda non ascoltano l’ONU e adottato altre strategie, con migliori risultati: ma di questo ovviamente nessuno parla perché queste strategie ci appaiono “politicamente scorrette“.
  2. Mi pare davvero evidente che le cause sono invece l’alto tasso di tradimento (soprattutto degli uomini a svantaggio sempre della donna, indifesa e più debole), la diffusa prostituzione, sempre segno di povertà, emarginazione, e nei paesi poveri anche di scarsa istruzione. Ma ovviamente l’ ONU siccome deve essere a tutti i costi politically correct non può mettersi a fare bigotte politiche moraliste per indurre la gente ad essere fedele: meglio quindi minare l’intimità affettiva di una coppia facendo pressioni psicologiche a usare il preservativo, piuttosto che dire chiaramente le cose come stanno.
  3. L’ultimo punto poi è semplicemente assurdo. Come dire che siccome sono previste X nascite nei prossimi Y anni, e siccome tutti debbono prima o poi morire con aspettativa di vita di Z anni, allora avremo X morti nei prossimi Y+Z anni. Dove è la sconvolgente notizia? E’ come a dire che siccome la causa di morte sono le nascite, bisogna abolire le nascite! Una tautologia propagandistica.

Mi domando se tutto questo è politica sanitaria e sociale oppure una ideologia che vuole vedere a tutti i costi la famiglia, il matrimonio, i figli come il problema del mondo da eliminare, mentre invece se tutti scopano senza freni col preservativo va tutto bene. Si, va bene per le tasche di chi produce questi miracolosi (e costosissimi) oggetti di plastica. Ok… sto esagerando coi toni.… ma non è che almeno in parte non ci sia un fondo di verità?

Della fame, della donne costrette alla prostituzione, dell’affettività nella coppia, del rispetto per il proprio partner, del valore della moderazione sessuale, della scarsa istruzione, soprattutto delle bambine, non sembra importare. Questo si è quasi una certezza dimostrata dai fatti.

PS: Se siete arrivati fin qui (e magari volete scrivere un commento) concludendo una mia “contrarierà di principio ai preservativi”, prima per favore chiudere gli occhi per 10 secondi, respirare profondamente e rileggere da capo tutto il post; all’occorrenza ripetere l’operazione più volte fino alla scomparsa del sintomo.

[1] notizia Ansa.it ripresa da corriere.it , swisscom
Si veda anche l’esperienza Ugandese:

http://allafrica.com/stories/200809011040.html
http://www.avert.org/aidsuganda.htm
http://www.who.int/inf-new/aids2.htm
http://www.un.org/ecosocdev/geninfo/afrec/vol15no1/151aid12.htm

Soprattutto il punto di vista ugandese riguardo la conferenza messicana: http://www.newvision.co.ug/D/8/459/646333
http://www.aidsuganda.org/
http://allafrica.com/stories/200808240010.html

Birmania,Tibet,India,Iraq in salsa occidentale

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In un mio precedente post Una maglia rossa per la Birmania” [28 dic 2007] solidarizzai con la causa dei coraggiosi monaci buddisti di quel paese. Quel giorno indossai anche una maglietta rossa e fui felice di vedere in strada qualche maglietta rossa come la mia e di sorridere a chi incontravo sul marciapiede. Ancora adesso qui a lato figura l’adesione al link della una campagna “Free Tibet” in solidarietà politica e religiosa con quel paese. Per queste iniziative un po’ tutti si mobilitarono: attivisti, blog, campagne su internet, radicali, comunisti, liberali, semplici cittadini. Chi per sana empatia, chi per calcolo politico… ma in ogni caso una cosa giusta. Giustissima. Addirittura Bush levò una timida voce di protesta: un messaggio mafioso alla Cina per dire “vogliamo usare questo pretesto come pressione politica nei tuoi confronti”; non ha funzionato; oggi la Cina si trova in posizione forte, detiene una bella fetta del debito USA mentre questi si lecca le ferite del crack economico.

Oggi il Dalai Lama denuncia sconsolato che la Cina ha condannato a morte il Tibet [1].

Oggi nel paese di Gandhi stupri, omicidi, incendi di villaggi e chiese, veri e propri pogrom continuano al grido “Via i cristiani dall’India! Viva l’India Indu!”, e questo mentre la polizia fa finta di niente, mentre i partiti fondamentalisti (apertamente ispirati al nazismo che poco c’entrano con l’Induismo) crescono… in un India con masse di disperati “senza casta” (dalit) ai quali i cristiani hanno “colpa” di dare una speranza di dignità con l’istruzione, assistenza sanitaria, voglia di libertà e di dignità. In Iraq stessa storia: cristiani uccisi e intimiditi solo perché cristiani, costretti a fuggire dalle proprie case e città perché se rimanessero rappresenterebbero un Iraq multiculturale che ne Islamici, ne Curdi vogliono.
Oggi, però, a gridare contro gli efferati eventi anticristiani in India e Iraq sono solo i cristiani e il Papa: la notizia è noiosamente riportata dai TV e Giornali, come fosse cronaca di secondo ordine e ignorata dall’opinione pubblica. Non la stessa attenzione data a suo tempo a Tibet/Birmania. Non la stessa enfasi. Non la stessa passione. Non lo stesso coinvolgimento emotivo di massa. Anzi, ci provoca un certo imbarazzo e fastidio. Perché? Stavolta non è colpa della solita stampa: c’è qualcosa di più profondo e malato nella nostra coscienza occidentale. Vediamo.

Per quale motivo non abbiamo la stessa reazione mediatica e collettiva difronte a eventi che pure mettono sul piatto la stessa questione? Ossia il sacrosanto diritto di vivere e professare la propria religione liberamente? Non è questo un punto molto importante dei principi illuministi e di libertà? Ecco un paradosso di oggi: la Chiesa (costretta a non ricevere il Dalai Lama e a tacere sul Tibet per proteggere i cristiani, anche in Cina silenziosamente perseguitati) si trova ad essere l’unica sostenitrice [6] di un pensiero illuminista che oggi i post-illuministi hanno rinnegato per convenienza e che la Chiesa un tempo rifiutava per altre ragioni. Paradossi della storia. Chissà cosa direbbe oggi l’anticlericalissimo Voltaire?

Già, ma perché è così? Dove sono i radicali, gli attivisti umani, i blog e le campagne massicce su internet? Dov’è Beppe Grillo? Niente sulla questione Iraq e India.

Qualcosa non mi torna. Siamo ipocriti. Abbiamo paura che questa volta, prendendo una forte e decisa posizione a favore dei cristiani, si alimenti il così detto “scontro di civiltà”, temuto più da noi che dagli altri. Soffriamo di cristianofobia: il pregiudizio su noi stessi, alimentato dallo spettro della nostra storia, che ci ostiniamo a vedere solo in senso negativo. I politici preferiscono non intervenire. Ci sentiamo deboli. Forse è per uno strascico del passato, una cattiva coscienza che viene dalla nostra storia perché tanto abbiamo sofferto per le divisioni in Europa a causa della religione, come se fossimo i soli ad aver avuto queste tragedie e come se tutta la responsabilità dei mali del mondo fosse nostra. E’ questo oggi il meglio che sappiamo fare e donare agli altri? Non sappiamo vedere niente di buono in noi stessi? Come possiamo vedere cose buone negli altri se non le sappiamo vederle prima in noi stessi? O forse vediamo cose cattive negli altri solo perché vediamo cose cattive in noi stessi? Il passato è passato: facciamone tesoro. Ma al presente, chi ci pensa?

“Gli altri” (mussulmani, cinesi….) non apprezzano affatto questo nostro comportamento: vedono dall’esterno un Occidente che non è in grado neanche di essere coerente con i suoi stessi ideali (sia cristiani che illuministi) e per questo pensano, giustamente, che in realtà dei diritti umani (che noi gli vorremmo”vendere”) non ce ne frega niente, ma ciò che ci interessa è invece strumentalizzare politicamente le situazioni ora del Tibet, ora della Birmania, ora in funzione anticinese, e ora come ci fa meglio comodo. Per loro i “diritti umani” sono solo un pretesto, uno slogan che i governi occidentali usano ipocritamente verso i propri cittadini e opinione pubblica, che in quanto “democratizzata” ha bisogno di alimentarsi di questa retorica. E forse hanno ragione. Non ci ascolteranno mai.

Non siamo credibili, perché se siamo veramente interessati ai diritti umani, dovremmo difenderli sempre e comunque, con gli strumenti “di civiltà”: credibilità, diritto, fermezza, non violenza, pressioni politiche…. e tutto quanto possibile. Se temiamo che questo generi “scontro di civiltà” allora è perché siamo ipocriti e paurosi: non saremo credibili per nessuno. Se invece ci interessa altro, come sembra, allora forse sarebbe più onesto ammetterlo apertamente, come la fa Cina, che dei diritti umani non gliene frega niente, ma almeno è coerente nella teoria e nella pratica.

Mi chiedo se ha senso lasciare o no questo link per la campagna “Free Tibet” qui a fianco nel blog. Lo tolgo? Mi rendo strumento ipocrita anche io? Oppure lo lascio perché penso che sia intrinsecamente giusto?

Prima di prendere una decisione…. ascolto i vostri commenti.

Riferimenti:
[1] “La Cina ci ha condannati a morte” (www.lastampa.it) 2.11.2008
Violenze in India: Dossier AsiaNewsNotizia Repubblica.it
Violenze in Iraq: [1] [2] [3] [4] [5]
[6]: Celebrazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (aggiornato 2008-11-14)

Carissima America,

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Carissima America,

Spesso ti invidio, spesso sei per me un modello, ma non manco mai di dirti quante cose di te non mi piacciono, oppure mi sembrano ridicole, sciocche, infantili. Sarà perché sono molto più vecchia di te e mi sento un po’ piu matura e in avanti con l’esperienza. Perdona la mia presupponenza. Non sempre ci siamo detti le cose in faccia, ma forse adesso è piu facile farlo.

Voglio comunque farti i miei migliori auguri per il nuovo presidente che ti sei scelto, che con il tuo solito casinaro entusiasmo hai eletto. E’ vero: è un momento storico. Forse quelle critiche che ti ho sempre rivolto a proposito della “questione razziale” hanno trovato finalmente epilogo nel tuo cuore?

O forse, più pessimisticamente, era solo la voglia di cambiare? Vorrei farti notare, forse con un po’ di cattiveria, che fino a poco tempo fa non era così scontata la sua elezione: tutto è mutato con il grande crack di questi giorni che ha dato una assoluta voglia di cambiamento necessario. Tra l’altro ti confesso che sono anche io in seria apprensione per questa crisi, ma come al solito mi toccherà fare affidamento su di te anche per la soluzione. E’ forse anche per questo che, sotto sotto, tifavo anche io per lui: mi fa piacere che hai capito che ci voleva un cambiamento. Però mi aspetto che sarà sincero e reale, non solo di comodo, altrimenti non riuscirai a recuperare la credibilità che hai perso in questi anni difronte al mondo. Il mondo ha ancora bisogno di te, ma in un modo differente di come tu immaginavi te stessa. Conta pure su di me su questo e perdona le mie spesso esagerate indecisioni.

Una cosa invidio di te, che voglio comunque incoraggiare e lodare: il tuo instancabile ottimismo e fiducia nel futuro e nel cambiamento. La tua speranza, nonostante le grandi difficoltà. Hai ancora l’entusiasmo di una ragazzina, è vero. Però ne hai fatte di cavolate: adesso avrai capito, spero, che il sogno di dominare il mondo non può funzionare. Stai crescendo. Ti sono venuta in aiuto, appoggiando le tue scelte, più per convenienza che per convinzione, ma non ho mancato di esprimere sempre le mie perplessità. Ma ora bisogna cambiare. Abbiamo molte armi da giocare insieme, ma dobbiamo farlo in modo credibile.

Non illudiamoci: non sarà facile.

Con affetto,
tua cugina Europa