31 gen 2008
FabrizioInternet, Media, Societa e Cultura Diritti Umani, Media
C’è una simpatica e vecchia storia che gira su internet da molti anni, nota come Le «Palle dei Topi»: molti di voi certamente ne avranno sentito parlare. Si tratta di un simpatico equivoco linguistico dovuto al fatto che [1]:
…il mouse dei computer si chiama in francese «souris», in spagnolo «raton», in tedesco «maus» e solo noi, invece di chiamarlo «topo», lo chiamiamo «mouse».
Gli americani della IBM non lo sapevano e hanno tradotto un po’ troppo letteralmente un loro manuale di istruzioni distribuito in tutte le filiali del mondo, tra cui quella italiana…
….è un memorandum, realmente distribuito agli impiegati di tutte le filiali statunitensi IBM (nelle intenzioni di chi lo ha scritto è assolutamente serio, la traduzione è stata fatta dagli americani per gli impiegati della IBM Italia).
Potete leggerla cliccando qui; nulla di strano infondo: è la solita storiella dell’equivoco linguistico quando si traduce troppo letteralmente un testo.
Da qualche anno in italia non si traducono più neanche i titoli dei film [2] il che ha fatto anche nascere un dibattito [3]. Proprio in questi giorni alcuni titoli di film al cinema sono: American Gangster, Alvin superstar, Into the wild, Aliens Vs. Predator 2. Sul fronte opposto anche strafalcione traduzioni come Se scappi, ti sposo (Runaway Bride), Prima ti sposo poi ti rovino (Intolerable Cruelty), Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), Ti odio, ti lascio, ti… (The break up), Una top model nel mio letto (La doublure).
Al di là dell’aspetto pragmatico per cui si traduce o non si traduce (manterne il senso linguistico, praticità, moda…) c’è un aspetto sociologico per cui fra gli italiani in particolare negli ultimi anni va sempre più di moda manterene e estremizzare l’uso dell’inglese, anche quando infondo non serve.
Secondo me ci sono due ragioni, entrambe per nulla positive:
- un fondamentale complesso d’inferiorità che ci caratterizza rispetto ad altri popoli: pensiamo sempre che ciò che viene dall’estero è migliore. è “più fico”, più “trendy”… fondamentalmente ci sottostimiano e così se vogliamo dare un look qualitativo a qualche cosa… pensiamo che sia meglio che sia importato e che questo sia evidente. Questa sensazione non è certo inventata: è un effetto dovuto a cause altre che sono certamente vere: sappiamo di non essere il massimo; il punto è che i sistemi sociali sono anche sistemi complessi [4] e quindi retroattivi [5], e allora ecco l’effetto diventa anche con-causa: un aquila che si crede un pollo non riuscirà mai a volare [6].
- un atteggiamento snobista, tipico italiano: l’inglese sta diventando come il latino nel medioevo e nei secoli passati: una fattore di discriminazione sociale. Così come Don Abbondio e il dottor Azzecca-garbugli potevano confondere Renzo con il loro “latinorum” [7], oggi chi sa l’inglese può vantare maggiori possibilità di distinzione sociale: può leggere, comprendere e comunicare come altri non possono fare. Qualcuno potrebbe obiettare che oggi la scuola e le possibilità sono per tutti: è vero, ma ne mia zia ne la signora del piano di sopra sanno l’inglese; e questo è un fatto. Si e no il 10% della popolazione può leggere e capire un articolo in inglese. Se poi è un articolo tecnico la percentuale scende. C’è uno snobismo, neanche tanto latente, sia fra classi sociali che generazionale (quante volte vediamo figli prendere in giro i genitori perchè pronunciano male certe parole?). E questo non è solo un fenomeno italiano: in un mondo globalizzato solo gli stati a madrelingua inglese ne sono immuni.
Qualcuno afferma che per l’Italia si tratterebbe anche una tendenza dovuta alla storicamente tragica esperienza fascista, quando l’ideologia andava esattamente nella direzione contraria: tutto doveva per legge essere linguisticamente italianizzato, perfino i cognomi. Non sono d’accordo con questo punto in quanto nonostante possa essere una ragione, la moda del non tradurre e del dogma “inglese=fico” è solo degli anni recenti e non ha riscontro in quantità e fenomenologia nell’immediato dopoguerra. Inoltre i tedeschi, che hanno avuto simile e ancora più tragica esperienza nel nazismo, non sono affetti oggi dalla nostra stessa febbre.
L’inglese in particolare è associato nell’immaginario alla modernità, allo sviluppo, all’economia liberale e dinamica, a internet, alla ricerca scientifica… a tutti concetti che associamo a sviluppo e futuro che proprio non riusciamo a vedere nel giardino provinciale di casa nostra, perchè infondo non c’è.
Non dico certo che bisognerebbe cambiare le cose… ma riflettere su quello che accade e del perchè accade, si!
Ci siamo battuti tanto per passare dal latino come lingua colta usata solo dalla classe dirigente in nome di quella libertà figlia dell’illuminismo e dare finalmente spazio alle lingue nazionali: oggi stiamo tornando verso un altro latino. Stiamo tornando indietro? Ci aspetta un nuovo oscurantismo? In quanti si pongono questa domanda seriamente? [8]
Qualcuno potrebbe obiettare che questa è solo una fase transitoria e che presto tutti sapranno l’inglese… è solo questione di tempo. Ne siamo davvero sicuri? Io vedo giovani sotto i 20 anni che non sanno l’inglese meglio di quanto lo sapevo io a 20 anni e vedo i bambini che non lo sanno meglio di quanto lo sapevo io a 10 anni…..
[1] tratto da qui e molte altre pagine su internet
[2] I titoli dei film dovrebbero o no essere tradotti?
[3] Le orribili traduzioni dei titoli in italiano
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_complesso
[5] http://it.wikipedia.org/wiki/Retroazione
[6] Anthony De Mello – Messaggio per un acquila che si crede un pollo
[7] «Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?» (Renzo a Don Abbondio, I Promessi Sposi, cap. II)
[8] Latinorum & Inglesorum
18 gen 2008
FabrizioInternet, Politica, Societa e Cultura
Va di moda parlare di caste. In questi giorni il blog di beppe grillo attacca con il suo solito modo tagliente, la casta dei giornali [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7]: finanziamenti pubblici, libertà di stampa, etc..
Tutti temi interessanti e sacrosanti per una società libera e civile quale ci piace definirci – o illuderci di esserlo.
Bisogna però analizzare meglio i problemi e capire i dati. E’ facile per Grillo fare la voce grossa.
Un amico giornalista di una grande testata nazionale mi diceva che i giornali si reggono grazie a 5 entrate:
- prezzo in edicola
- contributi pubblici
- pubblicità “normale”
- pubblicità occulta: società o soggetti interessati pagano il giornale per inserire notizie di loro interesse per esempio con pubblicità gonfiate e altri intrallazzi (esempio pagamenti a società collegate all’editore)
- pagamento in rosso dell’editore: come mai molti sono interessati ad acquistare per cifre mostruose il controllo di queste società editoriali anche se non fanno utili o ne fanno molto pochi? Controllare l’informazione da vantaggi in altri campi e interessi indiretti a chi ha le mani in pasta in tanti ambiti economici e finanziari
Solo grazie a queste entrate un giornale grande come il Sole, Il Corriere, Repubblica possono reggersi. Anche per giornali minori o locali è la stessa cosa.
Il giornalista concluse: sai quanto dovrebbe costare in edicola un giornale per coprire i costi se si reggesse solo su prezzo di copertina e pubblicità? Dai 4 ai 5 euro a copia! Chi li comprerebbe? Inoltre se il prezzo di copertina aumenta, i lettori diminuiscono e gli incassi per la pubblicità pure, il che farebbe ulteriormente lievitare il prezzo di copertina innescando un circolo vizioso etc… Non c’è modo di tenere in piedi un giornale in modo economicamente sostenibile. Non si spiega economicamente come mai negli ultimi anni tutti questi gruppi editoriali hanno investito tantissimo con i portali su internet che sono solo ulteriori costi, a fronte di incassi pubblicitari praticamente ridicoli. I giornali non fanno impresa. Fanno opinione.
Triste realtà. Ma viviamo in un mondo complesso! Ora mi chiedo: non è che negli USA, in Germania, in Francia la carta costa meno o i giornalisti li pagano zero: come fanno? Possibile che siamo sempre noi italiani a doverci sputare addosso? O il problema non è solo italiano?
Forse la soluzione non è chiedere che vengano chiusi i finanziamenti pubblici; la soluzione è non comprare più i giornali. Io ormai da anni mi documento solo grazie a l’informazione libera. Su internet. E’ più attendibile e ti fai la tua opinione. Non quella che altri hanno deciso.
14 gen 2008
FabrizioInternet, Politica, Religione Fede Chiesa, Societa e Cultura
Abbiamo un campione contro l’aborto: Giuliano Ferrara.
Una grande carriera [1]: sessantottino contestatore a Valle Giulia, responsabile fabbriche” del PCI nel ’73, craxiano negli anni ’80, berlusconiano a fine anni ’90, “teocon” nel nuovo secolo. Oggi la Chiesa italiana, non trova altri interlocutori “laici” e lo considera utile alla sua causa in quanto “non credente” che però difende una identità “cristiana” e, in ultimo, ha avuto l’astuta intuizione della moratoria contro l’aborto [2]. Peccato che pare essere l’unico “laico” a pensarla così. E per questo non tanto credibile. La realtà è che il pensiero laico in Italia è morto (anzi… è morto il pensiero, sempre che un tempo sia esistito) ed è fermo alla retorica di 40 anni fa.
Nel frattempo in India, dove i problemi sono altri, Lenin Raghavarshi, un ateo, comunista attivista per i diritti umani, un tipo con le vere palle, sostiene argomenti simili, ma più calzanti e credibili:
“La cosa più ridicola e assurda è suggerire che l’aborto è una soluzione alla fame, perché permette il controllo sulla popolazione. In più la concezione – così tipica delle agenzie Onu – che la sovrappopolazione è il pericolo maggiore alla salute di una nazione non ha proprio alcuna base di verità… In realtà il mondo dovrebbe guardare con urgenza ai temi socio-economici e politici per eliminare fame, povertà, miseria fra la gente [...] Alla base di tutti i diritti umani vi è il diritto a vivere. [...] La comunità internazionale deve comprendere che il problema maggiore è la non equa distribuzione delle risorse. In India abbiamo questo grave male sociale dell’aborto selettivo [dei feti femminili]. Sono contrario a questa pratica in modo assoluto. È anzi allarmante che in India e in Cina si proceda all’uccisione delle bambine: ciò dà adito a squilibri fra uomini e donne, che produrrà pericoli per il futuro delle nazioni. Dobbiamo sostenere il diritto alla vita dell’embrione fin dal seno materno”. [3]
Caro Ferrara, non potevi rimanere comunista e continuare a usare la bella testona che hai per il bene di tutti e al servizio della ragione (come invece fa Lenin – e il suo nome non suona ironico?), invece che al servizio della tua pancia, che è già abbastanza grossa?
Propongo a Bagnasco [4] di invitare il comunista indiano Lenin come “testimonial laico” contro l’aborto, piuttosto che appoggiarsi all’ipocrita nostrano Ferrara, anche a testimonianza del fatto che in Italia laici credibili e coraggiosi proprio non ce ne sono.
La ragione umana e la credibilità non hanno colore.
[1] Giuliano Ferarra @ Wikipedia.it
[2] varie notizie di stampa. per esempio: La7 e Google
[3] da notizia da Asianews, 2008-01-14
[4] card. A.Bagnasco, Presidente della CEI
06 gen 2008
FabrizioPoesie, Religione Fede Chiesa
Io, piccolo Maad,
Son qui,
Oh grande Darep Estelec!
So di essere
Sempre stato libero.
Quando t’abbandonai,
Non fiatasti
Non ti apponesti
Non piangesti
Anzi,
Mi desti i denari,
Mi sellasti il cavallo,
Mi riempisti il fagotto.
Io, Maad, speravo
Oltre i monti,
Oltre il deserto,
Oltre la steppa,
Oltre i ghiacci.
Quando, preso
Dal freddo,
Dall’arsura,
Dalla fame,
Qui son tornato
Hai grandemente gioito,
Mi hai accolto,
Mi hai parlato.
Il tuo piccolo servo Maad,
voleva essere come te,
Oh Darep!
Lontano da qui.
Son tuo servo, non di altri:
A chi altri potrei aspirare?
Non è dunque giusto poter
essere come te?
Si che lo è!
Ma non lontano da qui.
Qui.
02 gen 2008
FabrizioReligione Fede Chiesa Cattopregiudizi, Colleghi, Esperienze, Luoghi comuni, Politically correct
Quant’è bella bigottezza
che si fugge tuttavia
chi vuol esser bigotto sia
del doman abbiam certezza
Una decina di giorni fa, durante una amichevole e rilassatissima discussione, un mio carissimo e simpaticissimo amico, mi ha dato del bigotto. Ho speso parte delle vacanze natalizie a riflettere e approfondire l’argomento.
Oggi devo ringraziare questo amico, perchè:
- non sapevo il vero significato di questa parola
- mi ha dato la possibilità di mettere in discussione me stesso
- mi ha dato l’occasione di approfondire seriamente l’argomento, facendo luce su aspetti nuovi
Ne sono uscite fuori considerazioni interessanti, ma sono riservate solo a coloro che vorranno leggere queste cinque paginette.
Invece quel mio amico, che legge questo blog, è caldamente invitato ad armarsi di pazienza…
Ecco i link:
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