30 set 2006
FabrizioPoesie, Societa e Cultura

Giovedì scorso, verso le 23:30 tornando da uno spettacolo all’Auditorium di Roma, mi sono mezzo perso nel quartiere Salario – Corso Francia, che non conosco, e così ho girovagato abbastanza prima di ritrovare la via per la tangenziale per poi prendere la via Salaria. A Roma è così: chi non conosce le strade ha sempre una speranza: inboccare una consolare qualsiasi per ritrovarsi finalmente sul rassicurante Grande Raccordo Anulare, meta di ogni viaggiatore che si muove per più di un terzo di città. Magari si allunga un po’, ma si va sul sicuro.
In quel girovagare ho incontrato, via Salara compresa, sul bordo delle strade, tante, ma proprio tante prostitute. Non prostitute isolate che si trovano ogni tanto, ma interi gruppi di 4-10 o più persone!… e a distanza di poche centinaia di metri da un gruppo all’ altro…. e questo non per qualche chilometro, ma per molti chilometri. Erano numerossime: sia in strade secondarie che in strade principali. Ed era “solo” un giovedì. Mercato vuole che altrettanto numerose fossero le auto ivi in “sosta” o in “fermata” che dir si voglia.
Qualcuno con ipocrisia e impotenza afferma che fare la prostituta (soprattutto nei paesi dove la professione è regolamentata) è una scelta e che, dopotutto, il fenomeno è sempre esistito, o che addirittua sia “naturale” o che in qualche modo è un “servizio sociale”. Bene: provate a chiedere a una bambina di 10 anni cosa sogna fare da grande e vediamo quante rispondono che vogliono fare la prostituta!
Mentre i sedicenti femministi e femministe discutono nella così detta “società civile” o in parlamento di come affermare i sacrosanti, inviolabili, indiscutibili, improrogabili, costituzionali diritti delle donne: quote rosa, diritto di qua, diritto di la…contro il velo islamico per le donne afgane…etc…etc.. ecco che nel mentre, il grande spettacolo, mercato di carne da macello, negazione di ogni dignità, va in scena ogni sera sotto gli occhi di una grande e impotente città, espressione di una società stanca e rassegnata:
Corpi nudi; drogati,
per reggere al freddo della notte.
Aguzzini mercanti di donne
annullatori d’umanità per creare
corpi usa e getta,
come un piatto di plastica
dopo un empio pasto
di uno schiavo del sesso,
di uomini trascinati dalla corrente,
o di chi vuole affermare il se col denaro,
persone incapaci di amare, di donarsi.
Le volanti della polizia
scorrazano, impotenti,
spettatori di crimini di schiavitù.
Lucciole le chiamano.
Forse chi tal nome gli ha dato
cerca o sogna la luce falsa
che dentro non ha ?
Egli non può trovarla,
perchè quello che cerca è avido e ingordo.
Oh… non realizza che la luce vera
è dentro di lui.
che aspetta solo di essere conosciuta.
29 set 2006
FabrizioEsperienze Personali, Pseudoscienza, Societa e Cultura

Ieri sera sono andato All’ Autitorium di Roma a vedere uno “spettacolo” (o meglio sarebbe dire il monologo) di Piergiorgio Odiffredi, “Che cosa è la logica?”
Si è parlato di Logos, del Vangelo di S. Giovanni, del Linguaggio e analisi logica, dei filosofi greci, di Tarsky, di Godel, dei paradossi logici, e di mille altre cose. Nonostante fosse un monologo e il tema certo non facile, che richiedeva un buon livello culturale per essere apprezzato, la gente non si è annoiata, io almeno non mi sono annoiato; le numerose domande finali, dopo ben due ore, penso lo abbiamo dimostrato. Complice, certo, anche una certa loquacità e simpatia del personaggio. Il prezzo era accessibilissimo: 5 € e la sala gremitissima, addirittura la gente era in piedi oppure seduta per terra.
Odiffredi ha grandi doti divulgative: prima di stamattina, quando incuriosito sono andato in giro su internet per sapere sul personaggio, pensavo fosse un attore appassionato a temi matematico-filosofici mentre invece è un professore in matematica, ma con straordinarie doti comunicative. Una preziosssima rarità !
Una delle cose che più mi ha colpito è il discorso sulla differenza dei linguaggi naturali: il greco, essendo una lingua basata sui verbi sarebbe “orientata alle azioni” mentre le nostre lingue occidentali sono basate sui sostantivi, quindi “orientate alle cose”. Questo inciderebbe su moltissimi fronti: non solo la difficoltà di traduzione, ma la difficoltà di rappresentare e comprendere certi processi mentali. In sostanza: la lingua che tu parli (quella madre, si intende) forgia il tuo pensiero, il tuo modo di usare la mente, i tuoi schemi celebrali. E ne consegue che certi concetti sono più o meno accessibili a seconda di quale è la tua lingua.
In sintesi: dimmi che lingua hai imparato da bambino e di dirò chi sei.
Ad esempio i filosofi “continentali” (europei) inistono molto sul verbo “essere” e disquisiscono a non finire su questo (già Dio si rivolge a Mosè dicendo “Io sono colui che è”) e ricamano su questa parola infiniti concetti, fino a scrivere interi trattati (Erich Fromm non a caso era tedesco, la lingua che più delle altre è “verbalmente” orientata al greco). Questo è possibile perchè queste lingue hanno declinazioni complesse del verbo essere, che includono tutte quelle sfumature di significato che vengono analizzate.
I filosofi “analitici“, di madre lingua inglese, possono usare solo “be” e “being” e quando si vanno a tradurre alcune frasi, risultano assolutamente incomprensibili se non ridicole. Quindi i loro schemi filosofici si distinguono da quelli continentali, e non li riconoscono (sarebbe meglio dire non li comprendono veramente).
Questo aspetto della lingua che influenza il pensiero è estrremamente affascinante; in realtà è soggetto a effetto di retroazione: la lingua anche si evolve nel tempo in base al pensiero e a sua volta influenza il pensiero…
Aggiungo una personale considerazione: se tutto questo avviene già fra lingue e culture occidentali, cosa dire di altre lingue-culture, come l’arabo, il cinese, il persiano, quelle indiane, etc… ? Esse avranno chissà quali e complesse diversità: se riconoscessimo queste diversità potremmo conoscere meglio le differenze fra le varie culture. E sicuramente potremmo rispettarle, e rispettarci, di più.
Bisogna proprio imparare l’arabo, il cinese, l’indiano per poter dire di conoscere davvero queste altre culture ?
24 set 2006
FabrizioReligione Fede Chiesa

Si è riacceso il dibattito sull’eutanasia, dopo la lettera di Welby al presidente della Repubblica Giorgio Napolinato, il quale ha fatto bene a rispondere che auspica che il parlamento dibatta su questo tema.
Ho letto integralmente la commovente lettera di Welby e invito tutti a farlo.
L’esìmio prof Veronesi, persona molto sensibile, amato e stimato, dice che l’eutanasia è «Un atto di giustizia e carità; negarla è una vera tortura»
Ma di quale eutanasia si sta parlando ? Con questa parola si intendono almeno tre concetti diversi; in tutti i casi lo scopo è porre fine a inutili sofferenze umane e in tutti i casi si assume che il malato sia lucido e cosciente:
- l’eutanasia attiva: si provoca attivamente la morte del malato, per esempio attraverso la somministrazione di sostanze tossiche
- l’eutanasia passiva: si provoca la morte del malato indirettamente, sospendendo le cure
- il suicidio assistito: al malato vengono forniti i mezzi per suicidarsi in modo non doloroso
In italia è solamente concessa una forma particolare di eutanasia passiva, ma solo nel caso di morte celebrale, quindi sensa il consenso diretto e cosciente del malato; devono essere interpellati i parenti e si richiede la presenza e il permesso scritto del primario, del medico curante e di un medico legale. In caso di discordanza decide il giudice. Insomma, un bel caos… (ricordo che per facilitare quest’ultimo meccanismo Veronesi stesso propose e in parte attuò il così detto Testamento Biologico, che però è un’altra cosa rispetto all’eutanasia).
L’eutanasia attiva è assimilata a un omicidio volontario.
Il suicidio assistito è anche un reato qualificabile come “istigazione o aiuto al suicidio”.
In teoria potrebbe essere praticata una eutanasia passiva, in quanto il malato può opporsi alle cure secondo la legge; addirittura anche quando sia ancora possibile aver salva la vita, sebbene questo non ha nulla a che vedere con l’eutanasia: è noto il caso recente di una donna che, rifiutando l’amputazione della gamba, si è lasciata di fatto morire perchè preferiva questo invece che vivere con una gamba sola. Tuttavia a causa della confusione legale molti medici hanno timore di queste pratiche perchè temono ritorsioni legali, magari dei parenti del malato. Manca, come al solito, una solida e chiara legislazione accompagnata da una procedura precisa e inequivolcabile.
Welby, nella sua lettera, sostenuto dai Radicali, Associazione Luca Coscioni e anche Veronesi, chiedono di poter praticare l’eutanasia attiva. Ossia un omicidio, anche se moralmente meno grave.
Io, che sono cristiano, penso che l’eutanasia attiva sia moralmente inaccettabile perchè credo nella sacralità della vita. Tuttavia non è necessrio credere nella sacralità della vita per esserne contrari. Vorrei ricordare a molti cristiani, che ideologicmanete si dichiano contro l’eutanasia tout court, che in realtà la stessa Chiesa Cattolica si è già pronunciata con la Pontificia Accademia per la Vita e si è di fatto dichiarata favorevole alla eutanasia passiva con queste parole (come in seguito hanno fatto anche altre professioni cristiane):
Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile ed imminente “è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita” (cfr Dich. su Eutanasia, parte IV), poiché vi è grande differenza etica tra “procurare la morte” e “permettere la morte”: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa (9 dicembre 2000).
Mi chiedo dunque per quale ostinata, irrazionale motivazione molte organizzazioni cattoliche, compresa la stessa CEI, non vogliono (o sembrano non voler) neanche sentir parlare di eutanasia, quando invece basterebbe così poco per mettere daccordo ampi strati della società e far convergere anche posizioni di fatto molto distanti. Magari spiegando alla gente di cosa si sta parlando. E invece no: si assume sempre che la gente sia stupida, che argomenti come questo siano troppo “complicati” per un dibattito “popolare”. Eppure, a me, le parole della Pontificia Accademia mi sembrano così chiare !
Presumo che chi chiede l’eutanasia attiva, e che sia persona ragionevole e amante del compromesso, riterebbe comunque un passo avanti una seria regolamentazione dell’eutanasia passiva, e immagino possa accettarlo come ragionevole compromesso alternativo, al fine di raggiungere su un tema così delicato un ampio consenso civile. Perchè questo non viene fatto ?
Certamente qui, bisogna dirlo a gran voce, c’è una seria responsabilità di molti così detti cattolici, che praticano poco la fede, ma guardano molto ai voti, come ad esempio il Ministro Giovanardi che tempo fa dichiarò imprudentemente “la legislazione nazista e le idee di Hitler in Europa stanno riemergendo, per esempio in Olanda, attraverso l’eutanasia e il dibattito su come si possono uccidere i bambini affetti da patologie” provocando poi di fatto un incidente diplomatico con l’Olanda. Ora a me non piace la legge olandese, ma quando vedo atteggiamenti come questo ci vedo solo tanta ideologia e poca ragione. Mi piacerebbe invece che venga spiegato perchè la legge olandese è sbagliata.
Il Papa in questi giorni ci ha ricordato quanto sia importante la ragione, che cammina insieme alla fede. Vogliamo usarala o no questa ragione che il Signore ci ha dato ?
Cari cristiani italiani: buttiamo giù la maschera! Finiamola con le ideologie e le ipocrisie e battiamoci il petto davvero: invece di dire sempre e soltanto che siamo “contro”, diciamo per una volta che siamo “per” qualcosa. E sarà più facile essere capiti. Non era questo lo spirito del Vaticano II ?
Diciamo chiaramente, e senza scandalo, che siamo favorevoli all’eutanasia passiva e contrari a tutte le sua altre forme. Magari spiegando perchè. Sono certo che molte persone, che non hanno chiaro il problema, saranno daccordo con noi, invece di farsi sedurre da posizioni davvero ideologiche e dannose come quelle dei così detti paladini della libertà a tutti i costi i quali altrimenti rischiano di apparire addirittura più coerenti.
Ce lo impone la ragione.
23 set 2006
FabrizioInternet, Politica, Societa e Cultura

L’Italia dei Valori ha organizzato un incontro a Vasto.
Antonio Di Pietro l’ha descritta in questo modo sul suo blog.
E’ bello vedere che alcuni politici sono sensibili a questi temi, e praticano innovazione di metodo.
Le parole chiavi mi sembrano essere:
- democrazia diretta (francamente questo concetto non mi seduce molto)
- trasparenza
- volontà di confrontarsi con i cittadini
- libertà d’informazione
- centralità della rete
Importante poi l’osservazione di Di Pietro sulla divergenza ormai cronica fra la rete e gli organi ufficiali d’informazione: cosa da un lato positiva perchè compensa quella staticità, faziosità e non oggettività degli organi di stampa più blasonati, giunti ormai a livelli parossistici.
Purtroppo il risvolto della medaglia è che siamo anche in presenza di un fenomeno non proprio positivo: il digital divide comporta anche un information divide, che riguarda in gran parte anche un problema di confronto generazionale.
Come porvi rimedio ?
21 set 2006
FabrizioEsperienze Personali, Societa e Cultura

Ieri sono andato a vedere il film “Il mercante di pietre”.
- regia: Renzo Martinelli
- sceneggiatura: Renzo Martinelli e Fabio Campus
- produzione: Medusa Film, Martinelli Film C.
Qualcuno dubita che sia un film tutto di Renzo Martinelli ?
Un paio di persone mi hanno detto che era un bel film.
Bene, è il più brutto film che abbia visto negli ultimi anni.
Tenta in modo rocambolesco e poco efficacie di convincere lo spettatore che tutti i mussulmani o sono terroristi, oppure sono dei potenziali terroristi. Sono infinite le cose che non convincono:
- Il protagonista (uno “studioso” di Islam) non solo ossessivamente vede terroristi ovunque, ma se li ritrova davvero in ogni angolo e in ogni momento della vita: nel 1998 perde entrambe le gambe nell’attentato all’ambasciata USA di Nairobi; il “mercante di pietre”, un italiano convertito all’islam e implicato con i terroristi, conosciuto casualmente in una vacanza in Cappadocia, gli porta via la moglie seducendola
- La storia d’ “amore” e di passione fra il mercante di pietre e la moglie del protagonista è completamente irrealistica: lei ne sembra stregata, quasi ipnotizzata. Forse il mesaggio sublinimale è che terroristi sono anche dei maghi ?
- La vacanza in Cappadocia è irrealistica; Turchia: cosa centra questo paese con i terroristi? Perchè proprio in Cappadocia si trova questo tipo? Forse il registra vuole lanciare un mesaggio subliminale visto che la Turchia che vuole entrare in Europa? (Anche io non sono molto convinto dell’entrata della Turchia in Europa, ma affronterei altri argomenti a sostegno di questa tesi). Ancora una volta è la paura che viene trasmessa.
- Ci sono molte imprecisioni: come al solito si fa confusione fra il jihad e la guerra santa: è vero sono due cose correlate nel contesto terroristico, ma di questo concetto il film ne da un valore assoluto e assolutizzante, valido per tutti i mussulmani.
- Il film è pieno di scene che mette in stretta relazione ogni manifestazione religiosa islamica (dai sermoni pronunziati nelle moschee, a danze sacre, a preghiere collettive) con l’intento di odiare e seminare risentimento vero l’occidente. Certamente esisteranno di questi fenomeni, ma davvero riguardano tutte queste persone e in ogni angolo della terra ? Come fa Martinelli ad affermare questo ?
- Il protagonista sarebbe un “esperto” di Islam, ma dimostra palesemente di non conoscere a fondo quel mondo.
- Ad un osservatore attento non sfuggono frasi pericolose pronunciate dal protagonista del tipo “è dimostrato che le democrazie sono lente e inefficaci a riconoscere i pericoli al proprio interno”. Bella osservazione: infatti le dittature sono efficacissime nel farlo, visto che reprimono senza pietà ogni forma di libertà!
Il film è falso, irrazionale, surreale, grottesco. Scene mediocri e poco convincenti. Il suo scopo è diffondere paura e diffidenza.
La sceneggiatura del film è completamente inconsistente, oltre che il significato decisamente folle: quando il film era finito, mi sono alzato e gli umori e le faccie degli spettatori nel cinema erano assolutamente poco convinte. Ho pensato: “meno male!”
Il film vuole dimostrare che in quanto tutti i mussulmani ci odiano, e questo non è solo per colpa dell’Occidente, ma per colpa dell’ideologia islamica, allora non possiamo rimanere indifferenti.
Già e cosa dovremmo fare? Il film questo non lo dice, ma siccome sembra fatto apposta per diffondere la paura, per fare appello agli istinti più bassi dell’uomo, ne consegue che dovremmo anche noi odiare i mussulmani. Bella sintesi.
In definitiva il film diffonde solo odio o potenziale odio:
- per un mussulmano che lo vedesse, si sentirebbe a buon ragione oltraggiato, e se prima di vedere il film non aveva troppi sentimenti antioccidentali, vedendo dipinta in quel mondo irrispettoso e falso la propria civiltà e la propria cultura, avrà certamente un motivo per essere arrabbiato e uno in in più per “odiare” l’occidente.
- per un cristiano che lo vede e che è senisbile al sentimento religioso, esso è un insulto alla ragione e all’amore. Quindi anche a Dio. Una visione da respingere assolutamente.
- per un occidentale che abbia un po’ di sale nella zucca si rende conto che il film non fa altro che fare appello ai più bassi sentimenti umani. Anche Hitler faceva lo stesso quando doveva convincere che gli Ebrei erano un pericolo per la società.
- per chi proprio non ha sale nella zucca e viene sedotto dal messaggio folle di questo film, si ritrova spaurito e insicuro e tende ad aumentare irrazionalmente la propria diffidenza verso “ogni mussulmano all’angolo di una strada”. Ottimo rimedio per aumentare l’integrazione e la conoscenza dell’Altro!
Insomma, la critica è totale e radicale: sceneggiatura da quattro soldi per un messaggio falso e irrazionale.
Martinelli è un ottimo regista: sa muovere la telecamera magistralmente (un poco alla Spielberg); ha fatto Vajont e Piazza delle Cinque Lune, ma in questi casi la sceneggiatura era già scritta, e anche per questo sono andato a vedere il suo film, fiducioso di vedere qualcosa di controverso, ma intelligente. Le sue ricostruzioni in quegli altri film erano formidabili, ma qui è davvero caduto in basso: quindi farebbe molto meglio a dedicarsi alla regia e lasciar scrivere soggetto, sceneggiatura, e messaggio dell’opera ad altri.
Martinelli, insieme ai terroristi, ha preferito raccontare una improbabile storia di un mercante di pietre e si è ritrovato a essere egli stesso un mercante di odio. I terroristi (quelli veri) lo fanno per il loro jihad. Martinelli lo fa al modico prezzo di 5 €.
Complimenti.
16 set 2006
FabrizioSocieta e Cultura
Se io dico “sporco negro” ad un immigrato africano, posso essere condannato per offesa razzista: un reato. Posso essere condannato penalmente per questo. Sembra giusto e sacrosanto. Eppure, ho solo “espresso liberamente” il mio pensiero… Ma questo caso il mio pensiero, ha offeso un’altra persona e quindi, avendo leso la sua dignità, vengo perseguito e condannato. L’assunzione è che il sentimento dell’altra persona ha un valore maggiore della mia libertà a esprimere giudizi del genere e che disprezzarlo costituisca un reato penale. Ancora, sembra giusto e sacrosanto.
Se però disprezzo un simbolo religioso oppure dico cose pesantemente contro Dio magari al fine di ferire la sensibilità di una persona religiosa, un giudice potrebbe decidere invece che egli abbia leggittimamente espresso le proprie idee e non essendoci norme che definiscono questo reato, si concluderebbe che stavo esercitando un legittimo diritto alla libertà.
Per fortuna non sono un tipo che si scandalizza troppo quando qualcuno dissacra alcuni simbili. Purtuttavia per alcune persone questo può avere un impatto emotivo come quello che causa nei confronti dell’immigrato africano una frase razzista di quel tipo.
Mi chiedo quindi se sia giusto considerare il dileggio del sacro un atto di legittima espressione della libertà oppure un atto di offesa ingiustificata. Secondo me tutte e due le cose.
Più in generale, bisogna certo garantire l’esercizio di queste libertà, ma bisogna anche che ognuno si assuma la reponsabilità di quello che dice o fa. Tali libertà debbono essere garantite, ma questo non vuol dire esonero delle responsabilità.
E’ quindi ingiusto che questi argomenti ricadano in ambito penale, dovrebbero invece ricadere nell’ambito del risarcimento del danno, quindi in ambito civile. Esercitare la libertà va bene, ma che ci si assuma la responsabilità di quello che si fa e si dice! Quindi se uno dice “sporco negro” oppure disprezza i simboli sacri, che non venga perseguito penalmente, ma che paghi un risarcimento verso chi ha offeso, se questa offera viene accertata. Se poi non risarcisce o non vuole farlo, allora che questo diventi pure un reato.
15 set 2006
FabrizioReligione Fede Chiesa, Societa e Cultura
Che cosa è una setta ? Cosa distingue le religioni dalle sette ?
Come spiega magistralmente Wikipedia, la definzione di setta è molto controversa: spesso l’essere setta o l’essere religione (per quella cristiana diremmo l’essere Chiesa) dipende da fattori politici e non oggettivi: dipenderebbe fondamentalmente da quanto un gruppo è numeroso.
Secondo un’altro schema, spesso con il termine “setta” si indicano quei gruppi per cui nei confronti degli adepti avverrebbe un controllo:
- sul comportamento e le abitudini della persona (Behaviour control)
- sulle informazioni a sua disposizione (Information control)
- sul pensiero (Thought control)
- sulle emozioni (Emotions control).
da cui l’acronimo inglese B.I.T.E., che ironicamente in questa lingua vuol dire anche mordere. Tuttavia è facile osservare che anche l’adesione a un credo religioso per così dire classico che non chiamiamo certamente setta (Cattolico, Protestante, Buddhista, Islamico…) provoca in chi ad esso aderisce in modo pieno, modificamenti nel comportamento, nel pensiero e nelle emozioni (forse un po’ meno sull’informazione). Possibile che la differenza debbba essere solo di questo tipo?
Forse non è qui che si esauriesce la questione.
Una prima importante differenza è che una religione buona non dovrebbe mai controllare in modo attivo i propri membri su questi punti, ma al massimo stimolare liberamente un modello virtuoso in tal senso. Ecco perchè la libertà religiosa è importante e imprescindibile: deve essere data la possibilità a chi aderisce di sbagliare e poter riparare lo sbaglio, ma sempre nell’ambito della libertà individuale, nel rispetto della sua indivualità e senza conseguenze negative per lui o lei o minaccie di alcun tipo. Quando questo non viene permesso, si è certamente in presenza di una setta.
Ogni credo, religione o setta possiede e professa una sua propria verità, ossia un sistema di credenze che è una visione del mondo e della comunità stessa.
Un altro aspetto delle sette riguarda l’essere chiuse rispetto alla “verità” (la loro verità ovviamente). Una religione buona non nasconde ai propri membri nessun aspetto della sua verità e lo fa fin dall’inizio.
Alcune organizzazioni settarie, non solo quelle religiose ma anche laiche come ad esempio le varie massonerie, organizzano i propri membri in modo gerarchico prevedendo una ascesa, spesso molto rigida, solo dei membri ritenuti più adatti. La cosa importante è che la verità non viene svelata fin dall’inizio al nuovo membro (perchè altrimenti, evidentemente, non aderirebbe affatto) ma viene svelata solo in parte; in genere si tratta di una verità parziale, con molti aspetti seducenti, che sembrano innocenti e più spesso sembrano virtuosi e giusti. Mediante vari progressivi “gradi” si accede alla “verità” che viene man mano svelata solo quando il membro viene ritenuto sempre più “adatto” e sale di “grado”; questo avviene con il tempo e solo praticando una rigida pratica. Spesso tali “verità” conducono alla più totale perdizione perchè il membro viene via via indottrinato e spinto, mediante un progressivo e incoscente lavaggio del cervello, a fare cose che, se gli fossero state svelate fin dall’inizio, non le avrebbe mai fatte e non avrebbe mai aderito al movimento.
Con le vere religioni, quelle oneste, questo non accade: soprattutto nelle grandi religioni rivelate (Cristianesimo, Islam, Ebraismo ma anche Induismo e Buddhismo) la verità è tutta nota. Spesso è scritta in un Libro Sacro (Bibbia/Vangelo, Torah, Corano, Veda) che costituisce una rivelazione all’uomo. In esse non c’è inganno: c’è la libertà da parte dell’uomo di accettare o non accettare quello che in essa viene propugnato, senza paura di verità nascoste, e quindi ingannevoli e perverse. Se non fossero ingannevole e perverse, perchè dunque nasconderle? Insomma in una buona religione, la verità è tutta declamata. A tutti, da subito, in modo completo e senza distinzione.
Per me che sono cristiano, la verità, ovviamente è solo quella del Vangelo; tuttavia devo riconoscere che nonostante dal mio personale punto di vista esiste una sola verità religiosa e tutte le altre non possono esserlo (per un credente la verità non può che essere quella della propria religione, a meno di pensieri sincretistici), devo riconoscere che ci sono professioni ingannevoli e professioni non ingannevoli e questo concetto prescinde dalla verità.
Ma ecco che le cose si complicano quando ci si accorge che questa distinzione religione-setta non è binaria: si / no. Può essere anche “graduale” ecco quindi che in mezzo ai due estremi: setta (esoterica e ingannevole) e religione onesta (essoterica e aperta) ci possono essere tanti movimenti “di mezzo” in gradi progressivi: alcuni movimenti si avvicinano di più a una setta (senza essere versa setta) o di più a una religione a seconda di quanto applicano o nascondono la verità o certe verità; la verità in questo caso può anche non riguardare quella strettamente religioso-dogmatica, ma può far riferimento ad esempio ad alcune pratiche o aspetti secondari della Rivelazione e dei Principi; come un complesso gradiente ci si avvicina tanto di più verso una setta o tanto di più verso una religione.
Esistono ad esempio sotto-movimenti che fanno parte anche ufficialmente di una grande chiesa ma che hanno alcuni aspetti simili alle sette (in ambito cattolico penso ad esempio all’ Opus Dei o al Cammino Neocatecumenale); da questo fatto discende il loro spesso controverso status. Altre invece sono confessioni religiose ufficiali ma autonome, come ad esempio i Testimoni di Geova che non sono propriamente una setta, ma rientrano in quel gradiente che le allontana dalle religioni più “aperte”: le diffuse testimonianze di molti fuoriusciti lo dimostra [1]. E cosa dire dei Mormoni, che negli USA praticano la poligamia [2] ? Alcuni signori arrivano ad avere decine di mogli e centinaia di figli, con un controllo spesso ossessivo e violento nei confronti dei suoi membri.
Insomma ce ne è per tutti i gusti.
Nel cristianesimo autentico non c’è settarismo: il peccatore viene sempre riammesso. Il perdono è sempre possibile. La verità è una sola e completamente nota. Anche se esiste una gerarchia ecclesiastica, essa non è custode di verità diverse da quelle che vengono professate a tutti: un vescovo o un papa ha accesso alle stesse fonti di conoscenza cui qualunque fedele può accedere; l’unica differenza è che i primi dedicano la propria vita allo studio di quella conoscenza: cambia solo la quantità di tempo e l’impegno che essi vi dedicano rispetto a un membro “comune”. Ma nessuno vieta a un membro “comune” di soddisfare la sua sete di conoscenza e arrivare, se così si può impropriamente dire, a gradi più elevati con lo studio e con la pratica: infatti molte persone ci arrivano senza passare per quella gerarchia, e vengono spesso da essa riconosciti, magari a posteriori; anche nel caso in cui questa persona si era posta contro la gerarchia. Ad esempio ci sono e ci sono stati molti insigni teologi che sono laici, molti santi e beati che vengono dal mondo dei poveri, degli ignoranti, degli “ultimi”; i pastorelli di Fatima erano bambini analfabeti, per certi versi incoscenti di quello che stava loro accadendo. San Francesco rischiò l’eresia, ma alla fine la verità venne riconosciuta.
Ci sono persone più grandi di altre, ma l’essere grandi non dipende da quanto grandi esse appaiono agli uomini: questo rimane un mistero riservato a Dio e alla sua Grazia.
note:
[1] cercare con Google “testimoni di geova fuoriusciti”
[2] cercare con Google “mormoni poligamia”
11 set 2006
FabrizioEsperienze Personali, Societa e Cultura

Ieri con alcuni amici italiani, palestinesi e libanesi abbiamo partecipato a un incontro in segno di solidarietà organizzato dalla Associazione Internazionale Gioventù Idente di Roma, con Comune di Roma, Comunità Libanese, Caritas e Istituto Mediterraneo di Ematoloria presso una casa di cura romana dove erano ospitati, fra gli altri, alcuni bambini libanesi venuti a Roma per curarsi.
Abbiamo fatto musica e danza (Dabkha) per loro, portato un momento di allegria ma sopratutto un segno di amicizia e solidarietà. Oggi più che mai ne abbiamo tutti bisogno.
Grazie a tutti quelli che hanno partecipato e organizzato, per le piccole grandi emozioni che questo ci ha dato a tutti.
07 set 2006
FabrizioPolitica, Societa e Cultura

Un mio caro amico, che ringrazio, commentando il mio post
ideologia liberalista e nichilismo del 27 scorso, mi ha scritto:
sembra quasi la nascita del partito nazista cattolico
La battuta, nonostante fosse colloquiale e coscientemente esagerata, mi ha molto colpito. A parte l’uso del nazista che fa sempre uno strano effetto, quello poi del termine cattolico è completamente fuori luogo perchè il fatto che io sia cattolico (o che abbia certe idee in generale) non ha nulla a che vedere con l’argomento di fondo di quel testo.
Voglio quindi tornare a spiegare la questione, con altre parole. Anzi, con esempi: exampli gratia, dicevano i latini.
Prendiamo l’esempio dell’aborto. Le persone si dividono in 3 tipi:
- Praticantisti: quelli che, se gli capitasse, lo praticherebbero senza problemi
- Permissivisti: quelli che, pur non volendolo praticare, ritengono accettabile che lo facciano gli altri e che quindi la legge lo conceda
- Negazionisti: quelli che, non volendolo praticare e ritenendolo profondamente inacettabile, ritengono giusto che anche gli altri facciano altrettanto e che quindi la legge non lo concedi
Lo stesso identico schema si può applicare a molte altre questioni diciamo scottanti: liberalizzazione droghe leggere, eutanasia, divorzio, e financo libertà di pratica per i pedofili [1]; ma si può applicare anche a temi meno discussi come ad esempio l’alcool o il fumo di sigaretta. Discutere nel merito tutte queste singole questioni esula dallo scopo sia di questo post, sia di quello precedente; vogliamo soffermarci invece sullo schema di ragionamento seguito da così detti liberalisti in merito a questi argomenti.
Un liberalista afferma che i comportamenti praticantisti (1) e permissivisti (2) sono accettabili, mentre i negazionisti (3) non lo sono in quanto manifestatamente illiberali.
Io invece affermo che tutti e tre sono accettabili e legittimi.
Chi è quindi più “liberalista“?
Sono pronto ad assumere personalmente di volta in volta uno di questi tre atteggiamenti a seconda dei singoli casi specifici. Per nessuno di essi ho un atteggiamento pregiudiziale e la scelta per uno di essi dipende esclusivamente dalla mia coscienza e dalla mia libertà.
Ritengo profondamente ingiusto, come fanno i così detti liberalisti, attribuire un carattere negativo, per giunta in modo sprezzante, deligittimatorio se non addirittura offensivo a chi opta per essere negazionista (3) in questo o quel contesto, bollando questi atteggiamenti come “moralisti”, quando invece una “morale” pubblica esiste sempre e comunque, sotto una linea o sotto un’altra. Questa morale si chiama legge, ossia quel sistema di discrimine fra cio che è giusto (concesso) e ciò che non è giusto (non concesso). La legge afferma dei diritti, e questi in quanto tali possono essere liberamente esercitati o meno dai cittadini; è di questo che stiamo parlando.
I liberalisti, inoltre, in modo incoerente non si rendono conto di adottare essi stessi implicitamente il caso negazionista (3) tutte le volte che qualcosa di molto grave viene vietato dalla legge, e per i quali nessuno si azzarda a prendere le difese “liberaliste“, come per esempio la questione della libere pratiche pedofile [1] oppure nel caso del “vigile del fuoco e del suicida”, di cui ho parlato nei commenti di quel post (forse perchè questi temi sarebbero impopolari? tornerò in futuro su questo argomento spiegandolo meglio).
Il partito nazista ci sarebbe se venisse sempre, o troppo spessso, applicata la regola (3). Una società libera applica invece, alla fine, una regola che è una complessa formulazione di compromesso tenendo presente che la società si divide, su ogni questione e in proporzioni sempre diverse, in persone che scelgono di seguire la linea (1), (2) o (3) e che tutte queste sono degne di rispetto, legittime e nessuna di esse limita in quanto tale la libertà di alcuno in modo ingiusto.
[1] si veda: partito dei pedofili
06 set 2006
FabrizioPolitica, Societa e Cultura

Leggo sul Corriete.it a questo indirizzo che oggi:
L’Arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha raggiunto uno storico accordo con Israele a conclusione di un incontro tenuto con i due capi rabbini di Israele al Lambeth Palace di Londra [...] designando l’Arcivescovo come intermediario tra Israele e i leader estremisti del mondo musulmano, [...] “Vogliamo costruire un ponte tra Cristianità e Giudaismo che possa includere anche l’Islam” ha detto il rabbino capo Metzger, aggiungendo che il fine ultimo degli accordi e’ di aiutare ad instaurare la pace in Medio Oriente.
Tempo fa, ricordo, mentre infuriana in Terra Santa l’intifada, alcuni buoni volenterosi per la pace fecero i così detti Accordi di Ginevra, pur non ufficiali, ma coraggiosi, a dispetto di tutto quello che stava accadendo; erano degli outsider: politici non governativi, intellettuali.
Ma non è forse questo un limite della politica? Fatti come questo mettono in luce che ci sono tante persone che vogliono, al di la della bandiere, davvero lavorare per la pace. E questo è un bene. Mi chiedo però se questa tendenza non sia segno di una patologica crisi della politica, che non riuscendo a procedere nella direzione auspicata dalla gente, viene in un certo senso “messa da parte”. Oppure preferisce essa stessa farsi da parte “mandando in avanscoperta” altri soggetti più credibili sul piano morale per fare da breccia? In ogni caso questo è la perdita della politica. Perchè vuol dire che essa manca di coraggio.
Vuol dire questo che non dobbiamo più credere al ruolo positivo della politica e dobbiamo smetterla di aspettarci da lei passi importanti e coraggiosi? Qualcuno potrebbe obiettare che infondo la politica ha sempre usato questi strumenti per andare avanti.
Mi chiedo se davvero fa parte della normalità oppure se in questi tempi stiamo assistendo davvero a una crisi strutturale della politica, come portatrice di idee.
Francamente penso di si.
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