S.Paolo e il femminismo

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La prima lettura della messa di domenica scorsa era tratta dalla Lettera di S. Paolo agli Efesini (Ef 5,22-33):

22 Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; 23 il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. 24 Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa.
25 Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato sé stesso per lei, 26 per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, 27 per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile. 28 Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama sé stesso. 29 Infatti nessuno odia la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la chiesa, 30 poiché siamo membra del suo corpo. 31 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diverranno una carne sola. 32 Questo mistero è grande; dico questo riguardo a Cristo e alla chiesa. 33 Ma d’altronde, anche fra di voi, ciascuno individualmente ami sua moglie, come ama sé stesso; e altresì la moglie rispetti il marito.

Non c’è che dire: un testo così sembra (anzi è!) decisamente e inequivocabilmente maschilista e non può certo lasciare insensibile, ne non far pensare l’uomo moderno: sia esso credente che non credente. Infatti il testo biblico (e anche le lettere di S. Paolo che fanno parte del Nuovo Testamento, quindi testo Ispirato) deve essere valido sempre e S. Paolo sta affermando in modo totale la asimmetria fra uomo e donna: addirittura il primo deve “amare”, la seconda “rispettare”.

La prima cosa che ho pensato dopo questa lettura è questa: “scommetto che questo passo sarà ampiamente strumentalizzato dai siti ideologico-femministi e/o anticlericali per sostenere le loro tesi”. Detto-fatto: è bastata una ricerca su google per trovare vari testi al riguardo, come per esempio questo. Insieme a molte considerazioni ragionevoli, però, se ne trovano altre che denotano la più totale ignoranza sui Testi Sacri, nonchè non conoscenza più elementare della storia, come ad esempio:

E’ fondamentale comprendere quindi che già qui, agli inizi della storia della chiesa cristiana, le donne sono state ridotte all’invisibilità.

Falso: il maschilismo non è nato con il Cristianesimo. Esisteva da prima e in forme diverse, sia fra gli ebrei che frai greci che fra i romani e ha continuato ad esistere per molti secoli (ed esiste ancora in molte zone del mondo, cristiane e non).

S.Paolo era un ebreo fariseo della “giusta osservanza”. Diremmo oggi un ortodosso. Scrivera in un tempo in cui da nessuna parte le donne avevano i più elementari diritti rispetto agli uomini. Bisogna ricordare che in nessun caso il Nuovo Testamento ha la pretesa teologica di organizzare la società nella sua quotidianetà, ma quella di rivolgersi esclusivamente a temi di fede, come appunto fa S.Paolo in tutte le sue lettere. In questa in particolare sta spiegando, con una metafora, che il rapporto fra Dio e la Chiesa è simile a quello che c’era allora fra l’uomo e la donna. Infatti Dio ama la chiesa e la chiesa deve rispettare Dio. Questo è il tema centrale del passo della lettera e non tanto l’affermazione dell’uomo sulla donna (cosa che all’epoca era già scontanta, quindi a cosa serviva ribadirlo? non serviva certo un’ apposita “lettera” per questo!). Nonostante il testo sembra dire “siccome il rapporto fra Dio e Chiesa è questo allora anche uomo e donna devono a avere questo tal rapporto”, in realtà il senso profondo del testo va esattamente invertito fra premessa e conseguenza; la preoccupazione di S. Paolo non era quella di ribadire il maschilismo, visto il problema non si poneva neanche: non esisteva il femminismo e nessuno metteva in discussione il rapporto uomo-donna di allora; la sua preoccupazione era invece affermare la fede e il ruolo della Chiesa, e usa questa metafora per illustrarne il senso ai cristiani di Efeso di quel tempo.

La missione degli Apostoli non era certo quella di diffondere nuove idee sociali o politiche, perchè queste cambiano con la storia, ed è compito dell’uomo darsi delle regole e delle convenzioni di volta in volta diverse. Questo è a mio avviso l’aspetto più interessante e affascinante del Cristianesimo che fra le regolioni abramitiche è quella che, più delle altre, si concentra esclusvamente su temi di fede, di rapporto uomo-Dio e non tanto su convenzioni sociali o di costume o in generale sul rapporto fra gli uomini (ad eccezzione del comandento fondamentale: ama il prossimo tuo come te stesso).
La missione degli Apostoli di allora e della Chiesa (intesa come comunità di fedeli) di ieri e di oggi era, ed è, la diffusione e il preservamento della fede, che viene prima degli usi, costumi o leggi di sorta: già gli antichi erano abituati e sapevano, come noi oggi, che tutte queste cose cambiano sia con il tempo che di regno in regno, o di città in città.

Gesù stesso ha vissuto in un epoca in cui veniva praticata la poligamia e non ha mai detto una parola contro di essa: bisogna quindi dedurre che la monogamia sia una invenzione successiva della Chiesa? Non è questo il punto.

Affermare che quelle siano le cause del maschilismo nella storia significa non conoscerla ed avere un approccio ideologico e pregiudiziale verso il cristianesimo e la Chiesa (intesa sempre come comunità di fedeli e non come un insieme di preti come spesso alla gente piace intenderla). Gli ideòlogi femministi dovrebbero piuttoso preoccuparsi di vedere i veri problemi laddove essi risiedono veramente, piuttosto che praticare una sorta di caccia alle streghe, additando il maschilismo anche laddove l’argomento è fuori contesto. Questo atteggiamento non solo non porta merito perchè non è virtuoso, ma va contro gli interessi della donna e della sua giusta affermazione nella società moderna.

Che poi il mondo clericale nei secoli e ancora oggi abbia delle manifestate tendenze a certe forme di maschilismo è un dato di fatto, ed è un’altra questione che comunque è dibattuta, come è giusto che sia, visto che il problema del rapporto uomo-donna viene in realtà dibatutto in ogni contesto sociale moderno.

Chi critica la Chiesa in questo senso lo fa come se fosse un problema solo del mondo clericale, mentre invece il problema del rapporto uomo-donna riguarda più in generale la società a tutti i livelli: mondo del lavoro, politica, famiglia etc..etc.. Visto che la Chiesa è una delle tante realtà della società (che per giunta esiste da 20 secoli!) e visto che l’affermazione dei diritti della donna è un fenomeno storicamente recentissimo, perchè mai questo problema non dovrebbe affliggere anche la Chiesa?

ideologia liberalista e nichilismo

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il liberalismo è definito storicamente come “favorevole al riconoscimento delle libertà individuali e politiche” (it.wikipedia). La libertà è un tema caro a tutti, che fa sempre discutere e che giustamente difendiamo tutti come una grande conquista della nostra civiltà. L’uomo occidentale è coscente, in un modo o nell’altro, sotto una idea o sotto un’altra, di essersi guadagnato nella storia questo tesoro da tutelare.

Domanda meno scontata è “fino a che punto questo principio può essere spinto?

Il diritto di voto agli uomini prima e alle donne poi, la democrazia, lo stato di diritto, libertà di pensiero, stampa, professione religiosa etc… e tante altre cose vengono giustamente inquadrate come “conquiste liberaliste“. Cose su cui tutti siamo daccordo.

Anche temi più controversi come aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali vengono reclamati come “battaglie liberaliste“, ma non trovano il consenso di tutti. Molte persone hanno opinioni contrastanti su ogni singolo tema di questo tipo. Non esiste un movimento ben definito che porti avanti in modo coerente tutte queste posizioni. Tuttavia non manca l’applicazione ideologica del liberalismo come se fosse un dogma assoluto da applicare sempre e comunque.

Ecco come ragionano questi ideòlogi: “Se una cosa è nelle aspirazioni di alcuni individui e non tocca il prossimo o gli interessi della società, allora deve essere lecita e quindi permessa dalla legge. Se la legge non lo permette allora la legge è illiberale e va cambiata“. Viene sostazialmente negato ogni intento “morale” della legge, che deve invece tutelare l’interesse e di desideri dell’individuo al di sopra dell’interesse di una qualsiasi “morale comune“. Non è importante cosa dica questa morale, qualunque essa sia è non applicabile in quanto illiberale.

Queste argomentazioni sembrano apparentemente molto rispettose del prossimo. Tuttavia portano a risultati non poco sconcertanti. Esempi:

  • Aborto: invece di affermare “io penso che l’aborto sia giusto perchè non riconosco all’embrione il diritto indiscutibile di vivere al di sopra del diritto della madre di interrompere la gravidanza” oppure “penso che l’embrione non sia un persona umana” i liberalisti radicali finiscono invece con il dire: “se alla madre viene accordata libertà di coscienza, nessuno viene penalizzato: chi non vuol abortire non lo fa e chi vuole se ne assume la responsabilità morale; in questo modo nessuno è costretto a sottostare a regole morali che non condivide mentre può seguire liberamente la sua”.
  • Eutanasia: stesso schema. Non si dice “penso che la vita umana possa essere interrotta liberamente”, piuttosto si sostiene “se ci fosse l’eutanasia viene riconosciuto un grado di libertà in più alla coscienza delle persone e questo consente sia a chi è contrario sia chi è favorebole di praticare le proprie idee”

(ci sarebbero altri esempi tutti simili, ma evitiamo per motivi di sintesi)

La pretesa di questi ragionamenti è che anche le persone che sono contrarie a una certa cosa (per loro stessi) dovrebbero in realtà essere favorevoli che la legge lo permettesse in ragione dell’amore per gli altri e del rispetto delle idee altrui.

Tutti questi atteggiamenti sono dei tentativi di evitare di entrare nel merito della discussione dei singoli problemi opponendo l’ideologia dogmatica del liberalismo che impone di ragionare in termini di scelte individuali anzichè collettive. I loro ideòlogi dicono di non essere contrari a una morale, ma sono contrari a una morale collettiva. In pratica deve esistere solo una morale individuale. Ma questa è in realtà una non-morale: perchè ridotta a pura idea personale.

Ecco il nichilismo all’orizzonte: infatti si nega a che i singoli portino avanti una qualunque delle proprie idee: se si ritiene una cosa sbagliata, dovrei quindi rinunciare al diritto di volerlo regolamentare nella legge, in nome del dogma del “rispetto degli altri”; questo avverrebbe senza discutere sul merito, senza un dibattito costruttivo che poi pervenga a una qualche sintesi collettiva e democratica che porti infine a una qualunque soluzione, anche di compromesso, “mediamente condivisa”.

Viene disincentivata o negata qualsiasi dialettica nella società: in pratica si anestetizza la mente delle masse evitando un qualcunque dibattito costruttivo di dialettica e confronto. La gente non deve pensare e battersi per le quelle idee. Dovrebbe invece pubblicamente praticare il nichilismo assoluto e al massimo relegare le proprie idee (ammesso che le abbia!) in un angolo remoto della propria mente. Cosa ci facciamo delle nostre idee (oltre a praticarle) se non le possiamo neanche professare?

La ragione umana, che si esprime nel confronto e nel dibattito è negata.
La democrazia (ossia il diritto di portare nella società le proprie idee e di battersi per esse) pure è negata.
Secondo il liberalismo, la legge non è più un compromesso politico all’interno di una società che dibatte, che si confronta sui temi, che mèdia, che pensa, che induce ad assumere una posizione ai cittadini, insomma… che cresce.

Viene invece proposto un ideologico approccio, in alternativa a tutte le idee: quella del liberalismo individuale che nega di fatto il diritto di portare una qualunque idea di ordine morale all’interno della società e bollano questo atteggiamento come “moralista”.

Ma perchè non dovrei battermi affinchè una cosa che ritengo moralmente giusta (o errata) per tutti, trovi (o non trovi) applicazione nella legge ?
Un tempo questo avveniva in modo autoritario, ed era quindi giusto combattere certe imposizioni “moraliste” che venivano calate dall’alto senza mediazione democratica. Infatti alcune di queste sono state giustamente cambiate nel corso della storia. Ma l’ideologia liberalista non fa distinzione e continua a sostenere le stesse cose nello stesso modo e in tutti i casi, ed ad oltranza; senza spirito critico.

Perchè non sarebbe giusta una affermazione di una qualche “morale”, se avviene in modo civile secondo un confronto democratico? Sarebbe davvero una violazione della libertà altrui (“imporre le idee agli altri”, si dice)? Non sarebbe invece un leggittima aspiriazione delle proprie idee? Perchè non dovrei desiderare una società secondo certi canoni? C’è qualcosa di male se desidero che i miei figli vivano in una società che sia fatta in un certo modo? Loro chiamano questo “moralismo”, e si rifiutano di discutere di qualcunque argomentazione che riguarda questo “moralismo”, anche quando alcuni suoi aspetti vengano ritenuti accidentalmente “giusti”.

Il liberalismo elevato a ideologia in questo modo non può essere un valore universale: non è libertà, piuttosto una dittatura di un qualunquismo nichilista.

I soldati israeliani "riflettono" ?

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Leggo nel Corriere.it online del 24 c.m. queste parole pronunziate dal Capo di Stato Maggiore israeleiano:

“Durante i combattimenti, oltre ai successi abbiamo osservato falle in alcune aree, in particolare nella logistica, nella gestione delle operazioni e nel comando”

e inviterebbe in una lettera l’esercito tutto a “riflettere”.

Che l’animo dei soldati di quel paese stia cambiando? Forse la grinta non è più quella di una volta? Se così davvero è, vuol dire che le nuove generazioni stanno cambiando. Forse la riflessione cui si riferisce il Capo di Stato Maggiore ha intenti diversi da quello che la gente si aspetta davvero? Lo spero.

Considerando che l’ultima vera guerra di Israele è degli anni ‘80, possiamo affermare che gli attuali soldati appartangano ad un’altra generazione rispetto all’ultima guerra effettuata, quindi forse inizia ad esserci un poco di disaffezione a certe logiche? Una differenza generazionale fra percezione del vecchio Capo di Stato Maggiore (appartenente alla vecchia generazione) e le attuali truppe (nuove generazioni)? Forse qualcosa sta cambiando lentamente nei cuori e nella coscienza collettiva, e questo ne è un piccolo e timido segnale.

Forse i giovani non sono più così disposti come i loro padri e nonni ad essere assuefatti dalla guerra (mio post precedente). Forse inizia ad esserci una latente, seppur inconscia, scanchezza. Potrebbe essere un segnale positivo visto che in quel paese l’esercito ha veramente una rappresentatità democratica, in virtù del modo in cui esso è storicamente costituito.

Lo spero di cuore.

Povertà, virtù e libertà

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S.Francesco
Stamane stavo riflettendo sul tema della povertà e della libertà.

Caso 1: Un uomo molto ricco vive al di sotto di ciò che potrebbe. Si accontenta di molto meno di ciò che potrebbe avere. Si preoccupa di impiegare il proprio denaro in modo virtuoso, ma sa rinunciare a tutto e per nessuna delle cose che ha, la ritiene davvero indispensabile e quando ne rinuncia, non per questo ne soffre. Non si cura di fare elemosine agli altri, ma se qualcuno gli chiede non si tira indietro.

Caso 2: Un’altro uomo non è ricco, diciamo anzi che ha spesso problemi economici e vive al limite delle proprie disponibilità economiche. E’ sempre smanioso di avere nuove cose: nonostante non potrebbe permetterselo fa debiti per comprare il telefonino mobile di ultima generazioni e vacanze ai caraibi: non potrebbe rinunciare a tutte queste cose ed è quindi disposto a fare sacrifici per averle. Spesso fa lavori extra con grande sforzo e orgoglio pur di poter comprare queste altre cose. A volte fa anche qualche elemosina allo zingarello in strada.

Ora io mi chiedo: chi è più povero dei due ? Chi più vituoso ?

Secondo me il primo dei due non solo è più virtuoso, ma anche più povero.

Il povero, infatti è quello che sa rinunciare a quello che ha e conservare comunque la felicità; non è colui che si duole per ciò che non ha o che si affanna pur di possedere.

Povertà è sinonimo di virtù: in tal senso non può essere misurata con la somma dei propri averi. Anche se è molto improbabile che un ricco in averi si comporti in questo modo virtuoso (perchè forse non sarebbe ricco-in-averi), tuttavia la povertà in questo senso è piuttosto uno stato interiore che non dipende dalle ricchezze-in-averi.

Da tutto ciò ne consegue che il povero-virtuoso è anche più libero perchè le sue scelte non dipendono dai desideri ma solo da suo cuore, e questo indipendentemente dalle ricchezze-in-averi che possiede. E’ chiaro che chi sceglie la povertà-in-averi assuluta e radicale (come fece S.Francesco) non lo fa come fine, ma come mezzo che implica necessariamente anche una povertà-virtù giacchè è scaturita da una libera scelta che implica a sua volta una non dipendenza dall’avere: questo è il più grande esempio di povertà-virtù, ma non bisogna pensare che necessariamente chi è povero-in-averi allo stesso modo sia ugualmente povero-e-virtuoso. I due casi sopra lo mostrano.

Conclusione: povertà-virtù è una forma di libertà e, a priori, non dipende dal grado di povertà-in-averi che a sua volta può essere segno di virtù o dissolutezza allo stesso modo di come la ricchezza-in-averi può essere segno di virtù o dissolutezza.

Operaia

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Operaria

Tu figli non hai
eppur decisa lavori
e per cosa lo fai?

Niente incensi, niente ori
incessante, paziente
di fior in fiore trasbordi
nessun dubbio in mente

Color che accudisci
tue figlie non sono
eppur recepisci
il dover del tuo dono

Arriva l’uomo e non mordi
che il tuo miele ti prende
e testarda sormonti
il gran sforzo riprende

Qual gran dono tu fai
per te stessa giammai
e per cosa lo fai ?

La Regina Madre tua
che vita di ha dato
per Lei tu donato
il tuo agàpe perpetua

Fin alla morte disposta
all’estrem sacrificio preposta
se per Lei necessario
a render sudario

FS

MEGAID 2006

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Eros,Philia,Agape
Il MEGAID è terminato. E con lui se ne vanno anche le vacanze… E’ un evento annuale: quest’anno ad Altipiani di Arcinazzo (FR) presso Casalbiancaneve, casa Salesiana. Ma cosa è questo MEGAID? Il MEGAID è come il Nirvana per i buddhisti: non si può definire che cosa sia; al massimo si può definire che cosa non sia.

Il MEGAID:

  • non è una vacanza
  • non è un ritiro spirituale
  • non è una conversazione intellettuale fra comuni mortali
  • non è un momento di riflessione, di distacco dalla quotidiana amenità
  • non è un laboratorio culturale, teatrale, di danza, di musica, di poesia
  • non è un luogo dove l’umanità universale trova nell’ amicizia e nella condivisione delle emozioni una intensa forma d’essere e di sviluppo interiore
  • non è un luogo di divertimento
  • non è un evento di turismo culturale

Il MEGAID è, semplicemente, tutte queste cose insieme. Troppo difficile da spiegare per chi non vi abbia mai partecipato. L’unica cosa che tutti i testimoni vi diranno è che è bello.

Quest’anno si è parlato delle declinazini dell’amore: Eros, Philia, Agape; argomento troppo vasto e intenso per poter scrivere qui un degno resoconto, ma l’ho anticipato in un mio precedente post.

Grazie a tutti gli amici del MEGAID e le emozioni che, insieme, abbiamo condiviso.

Santità, Beirut vi aspetta

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Benedetto XVI
Se fossi il Papa andrei a Beirut.

Adesso.

Sotto bombardamenti.

Stare vicino a chi soffre ingiustamente e pregare con loro e invocare la pace. Subito e senza condizioni.

Un leader come lui questo dovrebbe fare: esporsi in prima persona. Non dice solo “fate”. Ma dare anche il buon esempio.

Voglio vedere se non lo faranno atterrare il suo aereo! Voglio vedere se con lui a Beirut e con gli occhi puntati da tutto il mondo, con lo stupore di tutti, continueranno a bombardare!

Ecco…. oggi bisogna stupire per ottenere risultati. Fare cose inattese per polarizzare la direzione degli eventi in un’altra direzione; essere l’imprevisto per chi ha pianificato a tavolino questa perversa escalation. Ma solo le persone con una grande statura morale possono farlo. E di questi tempi, haimè non ce ne sono molte di persone autorevoli…

Santità, perchè non va a Beirut ?

(scusatemi, se sono troppo audace a dire a un Papa cosa dovrebbe fare…)