18 gennaio 2008

No Giornali!

Va di moda parlare di caste. In questi giorni il blog di beppe grillo attacca con il suo solito modo tagliente, la casta dei giornali [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7]: finanziamenti pubblici, libertà di stampa, etc..

Tutti temi interessanti e sacrosanti per una società libera e civile quale ci piace definirci - o illuderci di esserlo.

Bisogna però analizzare meglio i problemi e capire i dati. E' facile per Grillo fare la voce grossa.

Un amico giornalista di una grande testata nazionale mi diceva che i giornali si reggono grazie a 5 entrate:
  1. prezzo in edicola
  2. contributi pubblici
  3. pubblicità "normale"
  4. pubblicità occulta: società o soggetti interessati pagano il giornale per inserire notizie di loro interesse per esempio con pubblicità gonfiate e altri intrallazzi (esempio pagamenti a società collegate all'editore)
  5. pagamento in rosso dell'editore: come mai molti sono interessati ad acquistare per cifre mostruose il controllo di queste società editoriali anche se non fanno utili o ne fanno molto pochi? Controllare l'informazione da vantaggi in altri campi e interessi indiretti a chi ha le mani in pasta in tanti ambiti economici e finanziari
Solo grazie a queste entrate un giornale grande come il Sole, Il Corriere, Repubblica possono reggersi. Anche per giornali minori o locali è la stessa cosa.

Il giornalista concluse: sai quanto dovrebbe costare in edicola un giornale per coprire i costi se si reggesse solo su prezzo di copertina e pubblicità? Dai 4 ai 5 euro a copia! Chi li comprerebbe? Inoltre se il prezzo di copertina aumenta, i lettori diminuiscono e gli incassi per la pubblicità pure, il che farebbe ulteriormente lievitare il prezzo di copertina innescando un circolo vizioso etc... Non c'è modo di tenere in piedi un giornale in modo economicamente sostenibile. Non si spiega economicamente come mai negli ultimi anni tutti questi gruppi editoriali hanno investito tantissimo con i portali su internet che sono solo ulteriori costi, a fronte di incassi pubblicitari praticamente ridicoli. I giornali non fanno impresa. Fanno opinione.

Triste realtà. Ma viviamo in un mondo complesso! Ora mi chiedo: non è che negli USA, in Germania, in Francia la carta costa meno o i giornalisti li pagano zero: come fanno? Possibile che siamo sempre noi italiani a doverci sputare addosso? O il problema non è solo italiano?

Forse la soluzione non è chiedere che vengano chiusi i finanziamenti pubblici; la soluzione è non comprare più i giornali. Io ormai da anni mi documento solo grazie a l'informazione libera. Su internet. E' più attendibile e ti fai la tua opinione. Non quella che altri hanno deciso.

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14 gennaio 2008

Aborto, Ferrara e Lenin

Abbiamo un campione contro l'aborto: Giuliano Ferrara.

Una grande carriera [1]: sessantottino contestatore a Valle Giulia, responsabile fabbriche" del PCI nel '73, craxiano negli anni '80, berlusconiano a fine anni '90, "teocon" nel nuovo secolo. Oggi la Chiesa italiana, non trova altri interlocutori "laici" e lo considera utile alla sua causa in quanto "non credente" che però difende una identità "cristiana" e, in ultimo, ha avuto l'astuta intuizione della moratoria contro l'aborto [2]. Peccato che pare essere l'unico "laico" a pensarla così. E per questo non tanto credibile. La realtà è che il pensiero laico in Italia è morto (anzi... è morto il pensiero, sempre che un tempo sia esistito) ed è fermo alla retorica di 40 anni fa.

Nel frattempo in India, dove i problemi sono altri, Lenin Raghavarshi, un ateo, comunista attivista per i diritti umani, un tipo con le vere palle, sostiene argomenti simili, ma più calzanti e credibili:

“La cosa più ridicola e assurda è suggerire che l’aborto è una soluzione alla fame, perché permette il controllo sulla popolazione. In più la concezione - così tipica delle agenzie Onu - che la sovrappopolazione è il pericolo maggiore alla salute di una nazione non ha proprio alcuna base di verità… In realtà il mondo dovrebbe guardare con urgenza ai temi socio-economici e politici per eliminare fame, povertà, miseria fra la gente [...] Alla base di tutti i diritti umani vi è il diritto a vivere. [...] La comunità internazionale deve comprendere che il problema maggiore è la non equa distribuzione delle risorse. In India abbiamo questo grave male sociale dell’aborto selettivo [dei feti femminili]. Sono contrario a questa pratica in modo assoluto. È anzi allarmante che in India e in Cina si proceda all’uccisione delle bambine: ciò dà adito a squilibri fra uomini e donne, che produrrà pericoli per il futuro delle nazioni. Dobbiamo sostenere il diritto alla vita dell’embrione fin dal seno materno”. [3]


Caro Ferrara, non potevi rimanere comunista e continuare a usare la bella testona che hai per il bene di tutti e al servizio della ragione (come invece fa Lenin - e il suo nome non suona ironico?), invece che al servizio della tua pancia, che è già abbastanza grossa?

Propongo a Bagnasco [4] di invitare il comunista indiano Lenin come "testimonial laico" contro l'aborto, piuttosto che appoggiarsi all'ipocrita nostrano Ferrara, anche a testimonianza del fatto che in Italia laici credibili e coraggiosi proprio non ce ne sono.

La ragione umana e la credibilità non hanno colore.


[1] Giuliano Ferarra @ Wikipedia.it
[2] varie notizie di stampa. per esempio: La7 e Google
[3] da notizia da Asianews, 2008-01-14
[4] card. A.Bagnasco, Presidente della CEI

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22 dicembre 2007

Ma quale «Avvenire» ?

In merito alla cronaca sulla proposta di legge di accelerare le pratiche sul divorzio, Avvenire - il mensile vescovi italiani - nell'editoriale di venerdì 21 "Accelerare il divorzio fa male ai matrimoni" di G.S.Lodovici, conclude:

[...] Ma siamo decisamente contrari al divorzio rapido anche perché le leggi, non bisognerebbe mai dimenticarlo, non si limitano a fotografare una situazione sociale ed a normarla, bensì hanno un potente impatto pedagogico e creano mentalità e costume. Una legge come quella proposta da Brutti, se verrà approvata, avrà sicuramente l’effetto di indebolire la percezione sociale del valore di un impegno indissolubile, o, per lo meno, a lungo termine, come quello del matrimonio, perciò lo indebolirà. Come si è visto in Spagna, il divorzio rapido rafforza la concezione opposta, quella per cui il matrimonio sarebbe un impegno molto labile.
Con questa legge, come anche coi Pacs-Cus, lo Stato darebbe un pessimo messaggio ai giovani (e ai meno giovani): 'che voi facciate delle scelte impegnative, o che viviate in rapporti a tempo determinato e con «clausola di rescissione», per me è lo stesso'.

Un ragionamento apparentemente equilibrato e sensato. Ma tragicamente incompleto. Esso si basa sull'assunto che la legge abbia fondamentalmente un effetto pedagogico. E' vero: ce l'ha.

Ma chi l'ha detto che deve essere così? Non possiamo proporre un modello diverso? Se rinunciassimo completamente a questo effetto collaterale e invece cercassimo di convertire i cuori della gente, invece che far dettare le regole da una presunta morale legislativa, non avremmo forse meglio centrato gli obiettivi della conversione cristiana e del Vangelo? Non avremmo invece promosso una maturazione e di vera crescita per la persona?

E' meglio far sottostare 100 persone ad una legge che non accettano, oppure convertire il cuore di una persona sola? Penso che Cristo scegl